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domenica 18 marzo 2018

L'ORFANOTROFIO - Racconto di Giuliano Brenna







Ho vissuto i primi anni della mia vita in un piccolo orfanotrofio di provincia, una casa modesta circondata da prati senza fissa dimora e terreni incolti, nonostante ciò la cosa più incolta dei dintorni era proprio quella casa. Ci abitavano, con uno spirito di stagnante provvisorietà, oltre a me, i miei genitori e mio fratello, tutti orfani, gli uni degli altri. I giorni trascorrevano lenti, privi di agilità, come un vecchio maglione infeltrito quasi impresentabile, molto pesante ma incapace di riscaldare. Il capo dell’orfanotrofio era – indiscutibilmente – mio padre, anche perché il più capace di conservare e preservare l’assenza di rapporti fra i vari membri del piccolo gruppo. Egli non aveva stabilito regole, perché il solo fatto di pensarle avrebbe significato prendere in considerazione l’altro, attribuirgli una presenza che non si riteneva possibile, o tollerabile. Alla fine l’unica regola, appresa per esperienza e per sopravvivenza, fu quella di scomparire. Non è facile scomparire fra tre locali angusti e un interminabile corridoio, simbolo della casa stessa: entri e percorri un lungo cammino senza andare in alcun posto. Cominciai a mimetizzarmi fra le poltrone, dietro una porta, talvolta sotto al letto. Trattenendo il fiato, per non farmi sentire, più spesso trattenendo i pensieri, prodotto pernicioso che avrebbe potuto turbare l’angusta stabilità dell’augusto consesso. L’unica via di fuga verso l’esterno era rappresentata dalle finestre, velate da tende, come sudari stesi su desideri in fin di vita, dietro le quali mi veniva concesso di sostare, come un monito. Le osservazioni del mondo esterno, fatte senza poter essere visto, accentuando una invisibilità che piano piano mi divorava, erano spesso accompagnate da autentiche lezioni di vita, durante le quali mi venivano additati - come mirabili esempi - monelli senza fantasia e senza storia, ma considerati, chissà perché, alla stregua di eroi spartiati. Ed io pensavo che se quelle nullità godevano di sì tanto prestigio agli occhi dei miei genitori, tutta l’enormità che mi portavo nel petto doveva essere cosa ben nefasta ed impresentabile. A punteggiare di vivacità le giornate ci pensava spesso mio fratello, con spaventosi sfoghi di acredine verso chi gli aveva sottratto chissà quali immensi tesori, mi vedeva e combatteva come si fa con un usurpatore. Ma siccome nulla vi era da usurpare – tutt’al più da restituire – il povero usurpatore si disfaceva egli stesso, riempiendosi di nulla, nel nulla si tramutava, avviluppato in spire di pensieri di dissolvenza nutriti a piene mani dal sedicente usurpato.

Oltre alla consegna all’inesistenza, vi erano regole “minori” che venivano applicate con ferrea intransigenza, corollari, ma più corone di spine, della regola della dissolvenza. Una di queste era la regola del fuori posto, ovvero, visto che comunque, malgrado gli sforzi congiunti degli altri abitanti dell’orfanotrofio mi ostinavo a non scomparire, dovevo almeno sapere – essere consapevole e certo - che dovunque mi collocassi non ero mai al posto giusto. E quindi ero perennemente o troppo grande o troppo piccolo, quasi una Alice schizofrenica e prigioniera delle pozioni, ero sempre troppo grande quando cercavo l’innocenza fanciullesca, troppo piccolo quando mi sforzavo di tenere il capo dritto e muovere qualche passo. Naturalmente questa indecisione, tenendomi occupato perennemente nel capire di fatto che età avessi, mi distoglieva da altri interessi, infatti ero spesso definito incapace di fare qualunque cosa, “imbranato” era forse il più bel complimento, almeno aveva un bel suono, meglio delle occhiate cariche di compassione, o di scherno, se attaccavo una figurina storta, o facevo un disegno che ben poco aveva del michelangiolesco. Per lunghi anni sono stato sinceramente stupito, del fatto che molti adulti mostrano compiaciuti i disegni dei propri figli in tenera età, i miei venivano perlopiù classificati come scarabocchi e gettati nel cestino della carta ancor prima che avessi avuto il modo di cominciarli.
Comunque anche io talvolta ci mettevo del mio ad incupire la gelida armonia che regnava nella casetta, talvolta osavo, preso da chissà quale senso di me, alzare la voce, o addirittura ridere, probabilmente avevo dei problemi seri davvero, anzi, a un certo punto iniziai a immaginare un mondo nuovo, con un linguaggio “parallelo”, che gettò nella costernazione più nera i miei conviventi. Non era proprio pensabile che la fantasia potesse apparire coi suoi colori in un film muto ed in bianco e nero, forse colpa di quei maledetti ed inutili libri che raramente mi capitavano fra le mani e letteralmente respiravo a pieni polmoni, in cerca di ossigeno, chiuso nella mia cameretta densa di gas soporiferi, e letali; forse bastava un mondo fatto di figurine ritagliate e casette, di carta ma in cui era possibile abitare, per riuscire ad arrivare al giorno seguente.

Viste tutte le mie malefatte, periodicamente venivano istituite le sedute per aggiornare il processo in corso a mio carico, le accuse erano davvero terribili, e sinceramente non sapevo come discolparmi, finendo di sentirmi colpevole in modo pieno e totale prima ancora che il verdetto venisse formulato, talvolta ancor prima del processo. Durante il processo mi veniva per esempio chiesto di rendere conto di cosa stessi dicendo quella volta che ero stato visto parlare con un amico a un angolo di niente, o perché mi era saltato in mente di ridere mentre camminavo tornando da scuola.
Col passare degli anni notai una spinta all’interno del petto, che si irradiava minacciosa verso i lombi e il ventre, in sogno andai a cercare di cosa si trattava e vidi uno strano bocciolo, come di un fiore che attenda di schiudersi. Sicuramente un altro dei miei misfatti, e certamente da estirpare. Sfidando le divinità e la sorte, decisi di tenermi quel piccolo segreto, lo imbalsamai e lo fasciai stretto, per poterlo riporre in un luogo che avevo costruito, tra l’anima e la mente, una stanzetta semplice, alla quale, nella fretta ed imperizia di costruttore improvvisato, avevo dimenticato di fare porte e finestre.
Un assurdo giorno di primavera giunse il giorno della fine del processo, bisognava esprimere il verdetto definitivo e con esso la condanna. Ma considerato talmente inutile da non essere neanche meritevole di un pensiero articolato, venni invitato a scrivere la mia condanna da solo, sotto dettatura da dietro una parete, donandomi così l’illusione di una certa autonomia dopo tanti anni, ma il dono era avvelenato, conteneva la mia terribile condanna che ignaro, inesperto e in buona fede scrissi, firmai e controfirmai con ampi svolazzi.
Così un giorno lasciai l’orfanotrofio. Qualche volta ci torno ancora per qualche visita inamidata, ma ogni volta che varco la soglia una cappa nera torna ad avvolgermi, le belle occasioni scoppiano come sfere di cristallo sotto la grandine, il sale delle lacrime torna a circolare nelle mie vene. E torna a tormentarmi l’unica parola che avrei dovuto dire ma che sottili legami, perfidie psicologiche e tranelli sentimentali, mi rendevano impronunciabile: “Perché?”

GIULIANO BRENNA




Pubblicato su L’area di Broca, n. 104-105 (luglio 2016 - giugno 2017): Solitudini.




Giuliano Brenna


lunedì 27 marzo 2017

UNA VITA DI PEZZA - Racconto di Elda Ciampi







Quante ne ho passate su quella mensola! Circa quarant’anni su uno scaffale ad osservare le mosche volare sui miei boccoli d’oro impolverati. Sono stata fabbricata in Messico. Indossavo e indosso ancora un vestitino quadrettato, con inserti rossi e bianchi. Un grembiule cinge il mio pancino imbottito. Ho due bottoni per occhi e tante cicatrici, sparse qua e là. Ho anche tante amiche a fianco a me, anch’esse vecchie e impolverate. Circa quarant’anni fa questa piccola bottega era aperta. Sentivo il campanellino suonare ogni volta che qualcuno metteva piede qua dentro. Era gestito da una donnina deliziosa. Vestiva sempre con pantaloni stretti, talvolta paiettati, anni ’70. La guardavo sempre dalla stessa angolazione e infatti osservavo il suo grazioso nasino all’insù, sempre eccessivamente incipriato. Suo marito arrivava sempre in ritardo perché andava a comprare la stoffa, i nastri e i bottoncini. Loro due erano la mia famiglia.
Ogni settimana mi appendevano un cartellino: 30 lire, 20 lire ecc. Mi sentivo infastidita da quel continuo rumore che faceva la nuova macchina da scrivere, che avevano comprato con tanta gioia. Un giorno però quel rumore cessò. Erano circa le due del pomeriggio quando la saracinesca sbatté sull’asfalto appena rifatto. Mi ci vollero due giorni per capire che la piccola bottega “Ago e filo” aveva chiuso. Solo oggi ho rivisto la luce dai miei occhi, quattro piccoli buchini infastiditi da fili neri che gli passano all’interno. Avevo sentito il rumore della saracinesca arrugginita aprirsi nuovamente. Aveva combattuto contro piogge, grandine, neve e fortissime ondate di calore che portavano sabbia con le leggere pioggerelle estive. La mogliettina e il maritino erano tornati. Un po’ vecchiotti, con le braccia un po’ molli e adesso anche loro avevano delle linee irregolari sul viso, proprio come me. La donnina indossava una gonna larga, forse anni ’80, lui invece un normalissimo jeans. La bottega “Ago e filo” avevo ripreso a lavorare.
Un giorno soleggiato entrò una paffuta bambina. Con le sue guanciotte rosse e un lecca lecca in mano appariva un po’ buffa. La madre, una donna slanciata, alta e mora, le teneva teneramente la mano destra, mentre la sinistra stringeva fortemente una costosa borsetta nera. La donnina con voce educata e dolce chiese alla piccolina cosa volesse prendere dentro al negozietto. A quel punto la bambina iniziò a guardarsi intorno come un soldato che deve prendere la mira, in quel caso il bersaglio ero io. “Voglio quella”, affermò con voce infantile. Il maritino mi prese per i capelli e disse:” proprio questa?”, e strappò via il cartellino con su scritto 20 lire. Mi gettò dentro ad un sacchetto odorante di muffa. Uscimmo dal negozio tutte e tre ma me ne andai con la tristezza di non poter gridare che volevo rimanere nella bottega. Avevo il mal di stomaco, dato che la buffa bambina mi faceva volare come se stessi su un’altalena. Arrivate a casa mi sentivo a disagio. La bambina si chiamava Lauren. Mi portò sopra e mi mise su una mensola di legno cigolante, potevo osservare solo il suo letto, colorato e ordinato. Ero arrabbiata, delusa e oltraggiata, i miei amici mi avevano abbandonato.
Il giorno dopo il mio arrivo mi sentivo già meglio. Lauren mi dava ogni giorno una spolveratina urlandomi in faccia: “è l’ora del bagnetto!”, dopodiché mi inzuppava nella vasca da bagno e mi appendeva ad un filo nel giardino. Faceva freschetto ma era sopportabile. Mi riportava nella casetta graziosa e poi mi sbatteva contro la linea curva chiamata ‘bocca’ il cucchiaino di ferro, gridandomi questa volta: “è l’ora della pappa!”. Cosi continuò fino al giorno successivo. Il quarto giorno cambiò la mia posizione. Adesso mi trovavo nel corridoio. Da lì però osservavo molte più cose. Scrutavo ogni giorno il padre della bambina, che con il tabacco si faceva da solo le sigarette. Indossava sempre una canotta bianca un po’ ingiallita. Aveva tanta peluria sulle braccia. Era sempre crucciato e sedeva con la schiena curva. A farsi le sigarette passava le ore, dopodiché, in tarda sera, si alzava pesantemente sbattendo le mani sul tavolo e spostando la sedia, che alzava un filo di polvere. Scrutavo anche la cucina, dove una signora di colore cucinava, puliva e spolverava tutta la casa. Lavava violentemente anche me.  Qualche volta scivolava sul pavimento appena bagnato e io, nella mia testa, ridevo, ridevo tanto.
Ero contenta di avere Lauren. Era una bambina dolcissima e simpatica. Mi spaventava però il pensiero che una volta cresciuta mi avrebbe abbandonata, e sarei rimasta ancora su quel mobile in corridoio, mentre lei se la sarebbe spassata con il suo primo fidanzatino o con le sue amiche. E poi in fondo, che ne sa una bambina che anche le bambole hanno un cuore che si può spezzare e frantumare in mille pezzi?
Un giorno Lauren e la mamma uscirono, mentre io continuavo ad osservare il padre imbronciato. Sentii la porta sbattere. Erano tornate. Lauren aveva una busta in mano, una bustina piccola e graziosa. Si posizionò davanti a me e infilò il braccio nella busta. Tirò fuori un’altra bambola. Più bella, più nuova e più moderna. Mi scansò violentemente e mi rimpiazzò con l’altra bambolina. “Ecco la tua migliore amica”, disse allegramente. Rimasi turbata. Qualche giorno dopo la famiglia Peterson si sarebbe trasferita. La mamma di Lauren voleva che quest’ultima scegliesse tra me e la nuova arrivata. Ero già scoraggiata dalla lucentezza che vedevo negli occhi di Sofì, la bambolina nuova. E fu cosi. Lauren prese Sofì e la mise nello scatolone. Se le bambole potessero piangere, forse l’avrei fatto anche io in quel momento.
Prese però anche me, e il travagliato breve viaggio si rivelò curioso. Spalancarono la porta della mia forse futura casa. Sentii il campanellino che avevo sempre sentito. Ritornai su quella amata mensola. Lauren non mi aveva scelto, ma io ero tornata nella bottega “Ago e filo”, nella mia famiglia.

                                                                                                                 Elda Ciampi


mercoledì 16 novembre 2016

CATALDO SENZA PIZZA - Racconto di Pio Antonio Caso






Pesce Fritto aveva due ingressi, uno sulla Marina e uno su Via Garibaldi: sull'uscio di questo, don Peppino Albano, il proprietario, e alcuni camerieri osservavano il passaggio della Madonna Addolorata.
Pesce Fritto e il Gambero erano i due ristoranti più famosi di Taranto.
Ma Gesù Cristo cominciava a dargli fastidio, specialmente a don Peppino Albano, che roso dall'invidia, aveva pronosticato la chiusura in tempi brevi a Peppino, che gli aveva replicato: "Da noi ci sarà sempre un posto da lavapiatti per te".
Tra i camerieri ce n'era uno dall'aspetto particolare: Cataldo, soprannominato Senza Pizza, che sembrava un pinguino vestito da uomo.
Il fatto era che don Peppino, ristoratore del tempo, aveva una maniera particolare di gestire i propri affari: la mattina si faceva colazione tutti insieme, cuochi e camerieri, con l'acqua sale, cioè il pane raffermo del giorno prima, inumidito con l'acqua e condito col sale, e nient'altro; per divisa le giacche bianche erano di misura unica, cioè extralarge. Il conto poi, era ad personam: se il cliente sembrava danaroso, i tubettini alle cozze si trasformavano in rubini, la frittura in diamanti e la cifra del conto assumeva dimensioni da bilancio di stato. Ma Pesce Fritto era un'istituzione e i veri tarantini dovevano andarci almeno una volta in vita loro.
Pasquale e Maria, una sera di fine febbraio 1952, avevano cenato lì, ben bevuto e ben mangiato, avevano preso la carrozza a cavallo di Mimino Camposanto e, una volta a casa, avevano concreato Tonino.
Si partoriva in casa, con l'aiuto dell'ostetrica, che diventava la comarella. Quella che prese Tonino si chiamava Anna Miceli. Una donna emancipata, per quei tempi. Una delle prime donne di Taranto a guidare l'auto, fumare in pubblico e a non mostrare quel timore tutto casalinga nei confronti dei maschi.
Pasquale e Maria festeggiarono con una cena da Pesce Fritto la nascita del loro undicesimo figlio, invitando Anna Miceli. A servirli Cataldo.
Cataldo era alto poco meno di Sciaboletta, il re Umberto. Portava i capelli, imbrillantinati, pettinati all'indietro, che gli davano l'aspetto di un motociclista col casco di cuoio in testa. La giacca bianca, di tante misure più grandi della sua taglia, gli cadeva al ginocchio. Il papillon nero gli strozzava la gola, nonostante il ripetuto gesto con l'indice, tra collo e camicia, per allentare la pressione sulla giugulare, che col tempo era diventato un vero e proprio tic nervoso. Un tovagliolo appoggiato sull'avambraccio lo faceva sembrare un ussaro appena sceso da cavallo, tanto strana era l'andatura che il cameriere teneva, tra la cucina e i tavoli, portando i piatti avanti e indietro per il lungo corridoio del ristorante.
Cataldo aveva tre figli, venuti al mondo grazie alla concorrente di Anna, la signora Fumarola.
Questo, Anna, non poteva sopportarlo. Lei si considerava la Sant'Anna di Taranto.
Non perdonando a Cataldo l'oltraggio, Anna cominciò a stuzzicarlo sin dal momento della comanda.
"Avete la pizza?" – giocando sul doppio senso, Anna intendeva mettere in imbarazzo il timido cameriere.
"Non la serviamo, signora. Questo è Pesce Fritto, non una pizzeria".
"Allora, se non avete la pizza, siete senza pizza!".
"No, signora. La pizza ce l'abbiamo, ma non la serviamo a chicchessia".
"Maleducato, screanzato, villanzone: come vi permettete di offendere una signora?".
"Io non volevo offendere nessuno. Mi avete chiesto se avessimo la pizza e io vi ho risposto educatamente che non l'abbiamo".
Mentre si svolgeva questo dialogo serrato e stralunato, entrava Ignazio Campese, il guardiano del ristorante, addetto alle auto parcheggiate davanti all'ingresso. Questi sentì e memorizzò tutto.
Alla fine della cena, Ignazio si affacciò per chiamare Cataldo ed avvisarlo che la carrozza di Camposanto era arrivata per riportare Pasquale e Maria a casa:
"Tu, Senzapizza, avverti Gesù Cristo che la carrozza è arrivata: e a quest'ora è già un miracolo. Per te, però, non ci sono speranze: senza pizza sei e senza pizza rimani!".
Tra i presenti scoppiò una fragorosa risata. Anna aveva uno sguardo trionfante.
Cataldo ebbe altri tre figli, tutti presi dalla Miceli. Ormai però il nome gli era stato dato e gli rimase per il resto della vita.


PIO ANTONIO CASO




Genitori di Pio Antonio Caso














martedì 16 agosto 2016

L'UOMO COL SIGARO SPENTO - Racconto di Pio Antonio Caso


















Antonio guardava la Donna di Quadri, gelosamente conservata e difesa fino all'ultima mano, con la stessa voluttà con la quale sorseggiava il suo quartino di generoso vino siciliano. Il Perugino realizzò che il cappotto era svanito, mentre appariva sul tavolaccio quella carta che metteva fine al progetto di vincere la posta nel piatto. Anzi, adesso avrebbe dovuto pagare l'intera posta. E le consumazioni pure: una polpetta in punta di forchetta a ciascuno dei quattro giocatori, un quartino di vino a testa e la “casa”, la tassa del cantiniere per l'uso delle carte, del tavolo e dell'accondiscendente silenzio per la presenza di un latitante ricercato nel proprio locale.
La Cantina, la strada dov'era situata, la piazza vicina, tutto il paese intero, era sotto la protezione di don Guido l'Alchimista. Si diceva, anzi si mormorava a bassissima voce, che neanche le mosche volavano senza il consenso del potente uomo di scienza. Figurarsi poi se in un impeto d'ira, mai facilmente controllata, qualcuno avesse messo mano a un coltello, se non per sbucciare una mela. Tutte le questioni d'onore tra uomini dovevano essere sottoposte al vincolante parere dell'uomo col sigaro. Sigaro eternamente spento. Una prova di ferrea volontà, da parte dell'uomo, di smettere col vizio del fumo. Un messaggio implicito a tutti di sacrificio personale, per rimanere integro, senza alcuna schiavitù verso il più innocente dei vizi. 
I giocatori sciamarono fuori dalla cantina, strascicando le parole che pensieri veloci accavallavano dentro bocche all'improvviso secche e senza saliva. 
Antonio si rivolse verso il Perugino: “I debiti di gioco vanno saldati subito”.
L'ometto, che di professione era il veterinario del paese, si era da poco separato dalla moglie, anzi ne era stato lasciato, per via di certe sue poco ortodosse scelte sessuali. Stava attraversando un periodo stressante che acuiva la peculiare mancanza di educazione e ne accentuava l'indole prevaricatrice, tipica dei deboli di carattere.
“Al momento non ho denaro con me. Stamane ho operato una pecora, azzannata da un lupo. Una pecora di don Guido. Quando lui mi pagherà, pagherò voi”.
“Che voi vi sedeste al mio tavolo di gioco, senza denari sufficienti, è già una mancanza di riguardo. Avreste dovuto dichiarare prima che il gioco iniziasse, la quantità di denaro disponibile. Se e solo dopo, i componenti del gioco avessero accettato e solo e se tutti vi avessero concesso fiducia, solo allora avreste potuto giocare. Mi sembra evidente però che voi la fiducia non la meritiate. Come non meritate di dubitare della correttezza di don Guido. Appena lo verrà a sapere, sarete immediatamente pagato per quel che vi spetta”.
“E chi glielo andrà a ridire? Voi, Antonio? Ma certo, siete il leccapiedi di quella sorta di Sindaco del Rione Sanità e certamente...”
Il Perugino non finì la frase. Mentre i due parlavano, si erano avvicinati sotto il terrazzino della casa di don Guido. Questi, poggiato con le braccia conserte alla verde ringhiera, con un mozzicone di sigaro spento tra le labbra, guardava in basso e ascoltava con un simulato disinteresse gli uomini usciti dalla cantina. 
Antonio guardò Guido negli occhi. I due si fissavano silenziosi, ma come due anacoreti che avevano ricevuto l'Illuminazione, non pronunciarono una sola parola. Il silenzio, rotto dal frinire di una sola cicala, dalle grida di bambini impegnati in qualche loro gioco sulla prospiciente aia e da quelle delle loro madri che li richiamavano e invitavano al ritorno a casa, sembrava denso di una sostanza gassosa prossima alla solidificazione. 
L'uomo col sigaro spento sembrava suggere dal mozzicone tutta l'aria intorno. La respirava profondamente. Quell'aria calda del pomeriggio afoso alle pendici del vulcano che tante visioni provocava in quelle anime, le più candide e meno difese, di coloro che si recavano a Belpasso, in visita a una Madonna che appariva e pronunciava parole di pace e speranza per tutti i pellegrini. Quell'aria fuoriusciva dal naso e dalla bocca dell'Alchimista pura come aria di montagna al primo mattino. Un gelo si diffuse rapido e tra gli uomini col capo alzato verso il terrazzino un vento come di spirito che passa, come gelo di un fantasma, come gelo di morte, gelò le tempie.
Solo Antonio appariva calmo nella consapevolezza e nella conoscenza di ciò che sarebbe accaduto. Un conoscere il prossimo futuro per averlo visto e interpretato negli occhi dell'uomo con il sigaro.
Dall'alto calò più che la voce di don Guido, una pesantezza di parole che pochi sarebbero in grado di portare, nelle orecchie e nei cervelli e ancor meno, nei cuori.
“Dottore, mi farete il piacere di farmi conoscere il vostro onorario. Antonio, vi vedo scarico a favella e scarico a coltello. Vi butto giù la mia giacca, dentro le tasche c'è tutto l'occorrente per pagare il Dottore. Mi raccomando, non chiedete sconti. Pagate tutto e trattenete la vostra vincita”.

23 agosto 2011 alle ore 1:28
PIO ANTONIO CASO




Pio Antonio Caso


venerdì 24 giugno 2016

UOMINI NUDI - Racconto di Paolo Giannattasio






Uomini nudi senza fame, volteggiano fermi in stati di vomito, distanti a palmi, in assenza di vuoto, tenuti a funi fissate alle vene. Immobili come noci e rigidi nei fianchi desiderano un soffio che li faccia vibrare. Aspettano in silenzio, fissando il vuoto, assoluzioni che daranno nuova luce. Qualcuno, di voce in voce, ha promesso gloria di carne e amore. E loro, con sensazioni opache, si lasciano contemplare, da chi non ha il coraggio di imitare. Osservi ebete il nudo umano e giuri di non aver mai visto un uomo penzoloni, con la testa rivolta al terreno e il cuore in ballo. Un fremito percorre e anima i nudi appesi, che si liberano come aquiloni senza filo e tendono all’aria. Si dimenano perversi, con barba fatta e lingua umida ai lati. Sono feroci amanti di se stessi, eroticamente insani, godono come fili di saliva senza fine. Tesi e senza fiato si fronteggiano con pollice sempre verso. Negano a se stessi e a chi gli tiene il mondo. Negano a chi merita e spinge. Negano, a chi non si dà pace. Negano, perché godono. Sono i padri del no e del perdono finto, e nascosti nel buio anelano assenso sicuro e gioia. Sono steli di luce inutile e puzzano di amaro. Nudi come il mare e tesi come un uovo, trascinano al primo palo ossa miste a carne, placando infine le caviglie con funi di canapa e sputi. Penzolano, in attesa del movimento erotico. Senza peli e orbi di cuore, sperano di volteggiare ancora come quando cadevano affranti dietro ad ogni bacio di puttana, carezzando se stessi alla fermata di un bus e dentro il primo ascensore senza peccato, senza colpa, senza sostegno.
Uomini nudi che ho sempre amato. Minimi e docili, come vecchiette in chiesa. Onesti a quanto pare, con punte di un odio ragionato. Uomini senza ardore, vestiti di elettronica fumante, si spogliano al richiamo dell’erotica impalata e si lasciano succhiare i gesti mimando amplessi muti e falsi. Uomini senza vergogna: venderebbero se stessi al primo offerente nano, senza riserve, senza ascoltare, solo godere e niente volere. Uomini nudi alzano mani a dare segni. Si fanno notare gli affranti! Vogliono anche loro una parte nel gioco dei migliori. Ognuno ha una locazione definita e chiara. Io qui, tu lì, noi sopra e quegli altri in basso. Uomini nudi si dispongono. Nudi e senza peli, unghia di ogni piede a zero, capelli mai perché fanno paura; oggetti in mano, colmi di lattice, occhi di vetro senz’acqua, ansie di carta, luci capovolte e marmi di fuoco. Uomini che tentano, che vogliono imitare se stessi senza colpe antiche. Uomini che mancano perché fuggiti da luoghi dove li hanno derisi e sfatti. Hai un pantalone e una camicia: sei padrone di agitarti fino allo sdegno. Basta poco, e ti ritrovi infame in una scarpa di vernice, nei colori abbinati, dietro un bicchiere di acqua colorata e fingi smorfie di fatto inutili e nel tempo sterili, perché tutto scorre e qualcosa dovrai pur fare mentre stringi il vetro e tieni il passo con l’alluce nascosto. Irrigidisci allo specchio, perché sei tu il pagliaccio vestito a festa di fianco al divano; rotei di un grado e sei sempre uguale. Fesso e bastardo. Unico e tipico. Ti piangi nelle mutande e pensi di essere il solo. Poi ti volti e immagini una verità che non quadra perché la risposta è chiara, e ti spaventa. Sì, è così, siete tutti uguali in quelle scarpe di vernice che puzzano d’uovo. Tutti, come carne da macello, in cerca del migliore marchio da farsi tatuare. Ricordi la leggenda degli uomini nudi che godono guardando al contrario. Ricordi e speri di poterci arrivare a quell’attimo che ti renderà unico, nell’immenso gioco dell’ardore. Uomini nudi ti osservano e tu lasci fare. Speri ti accettino. Speri ti diano fune, saliva e palo per accordare una volta sola il tuo ingresso nel penzolare umano. Uomini nudi si annientano, frustati dal vento, sbattuti dai sensi. Crepano d’invidia nei ricordi e restano seri nelle viscere e comici nei disagi. Aspettano il consenso per strappare. Si lasceranno sfuggire e cadere, una faccia toccherà il terreno, serena, placata, senza dimenarsi, come un lampione a mille luci tutte orribili, come le gambe intrecciate dei ballerini circensi, come un fiato in affanno, come l’olio che non scende, come le corde che non spingono. Uomini nudi ancora in ballo, si accalcano, la fila è docile, ognuno un desiderio; cercano approcci, frigoriferi pieni, sorrisi diversi, antenne di contrabbando, short americani, birre di ghiaccio, camionisti arrapati, donne che pregano, cani pisciati, custodi monchi e il solito faro. Uomini nudi d’orgoglio, ma con cappotto. Uomini nudi d’amore, ma sempre on line. Uomini nudi di rispetto, ma sempre in fila ai fast food. Uomini che han perso tutto, tranne i peli sulle orecchie. Uomini che sorseggiano acqua per vino, divertendosi agli incontri di parenti. Uomini morbidi, con pochi spiccioli: tintinnano una ragione, gonfiando petti villosi e marci. Hanno mille voci per incoraggiarsi; con lo sforzo di un corsaro raddoppiano la propria altezza e spaventano gli uguali. Vecchi, lerci e mezzi scemi. Vogliono soffiare sempre sulle stesse candeline anche quando il fumo non è più compreso, anche quando il fiato ormai è andato.
Uomo contro uomo, nudo contro nudo, un miscuglio di carne vascolare, spinge, corre spaventata e dritta. È una dei mille grovigli che non vede luce e segue la voce di padri antichi, come se tutto fosse un segno positivo. Navigando senza pretese, ormeggiando a piccole dosi, arrivi al finale della tua vita, strisciando come il corso d’acqua che bevevi e assaporavi, mettendo in fila orgasmi vis à vis a pelle sfregiata. Dosi di ricordi fanno strada. Attimi, inutili e perversi, affollano la mente. Eri uno dei barbari pelati, nella fitta mischia di cromatina e pelli mistiche, in corpi tagliati a bisturi. Eri vivace e pieno di nicotina annaspata a tratti; ostaggio di vortici zeppi di donne, in preda a smalti acuti e protesi rubate. Eri umano in un modo osceno e non pesavi le tue paure. Sei rimasto nudo senza peli e voglia. Appeso, convinto che d’istinto qualcuno ti avesse glorificato di carne e amore. Ti hanno fottuto la natura semplice e sincera dei sorrisi. Sei schiacciato a pedate, assestate con garbo, lentamente, per tentare l’alloggio della tua persona. Speravi che una fune facesse quello che la tua anima non poteva e che l’osceno fosse il profilo più onesto. L’unica verità è che hai pregato male il Dio sbagliato e le tue scarpe di vernice, adesso, sono più oneste di un filo di saliva che bava. Fatti guardare dentro e scava nei punti giusti. Vedrai che le tue carni gioiranno se c’è un dolore: è sempre godimento, anche se dal lato opposto. La tua furia cadrà nel bianco che annienta i colori e tutto sarà perfetto. Vivace, con occhi in croce, ricorda il penzolare e trova un senso onesto da poter articolare.
La fune è rigida. L’uomo nudo. Il resto mente. Metti una mano e spingi ancora i tuoi fermenti.

                                                                                                PAOLO GIANNATTASIO




domenica 15 maggio 2016

LA GIUSTA DOSE - Racconto di Monica Dini





(…) La vecchia signora non riusciva a dormire,
faceva i conti con il proprio numero periodico,
forse rendendosi conto adesso, di fronte a una notte angolosa,
che vivere è dividere numeri primi tra loro. (…)
Julio Monteiro Martins – L’Amore Scritto



In campagna la notte è più nera.
Nemmeno la luna adesso.
Una civetta canta.
Una vecchia conta.
Non hanno sonno.

Anna, Livia, Carlo del Bardo, Milvia, Alberto, Primino, Assunta. Quelli che stavano al Cerageto. Tutti morti.
La mia maestra, Licia Consoli. Aristide, Maria, Miretta, Alcide che andò in America. Costanza. Mario. I miei compagni di scuola.
Dino il prete che gli garbavano i maschi. Oreste il fascista. Mia madre e il suo alito di cipolla. Marta col labbro leporino. Lo zio Beppe. Il castagno davanti casa. Il cane-pecora che era di tutti.
Morti.
Mio padre. Mio marito. I miei fratelli di sangue e quelli di vita ancora più importanti. Il ciliegio nell’orto.
Spariti.

È stato il guizzo d’argento di un pesce.

Cosa faccio ancora qua?

Avevo quindici anni quando amavo Sirio dagli occhi verdi. Le orbite saranno vuote adesso.
La terra riempie le mancanze. Copre come cacao.
Sarai liquame. Oppure ossa.
Che importa.

Due rintocchi.
Chissà se la civetta parla di me.

Questa campana l’ascoltava anche mia nonna. Ma la civetta era un’altra.
Dall’altro lato del paese è rimasta Isolina. Con lei potrei confrontare i ricordi se non fosse rincitrullita.
Il cugino Alfredo?
Chissà che fine ha fatto.

Eravamo tutti lisci, colorati, immortali.

E i figli che non ho mai avuto?
E l’aborto di quando ero già vecchia?
Quanti bambini ho visto rinsecchire.

A cinquant’anni non sapevo di essere giovane.
A sessanta non sapevo di essere giovane.
A settanta non sapevo di essere giovane.
A ottanta non sapevo di essere giovane.
A ottantanove … adesso so che ero più giovane.

Tre rintocchi.

La vecchia deve orinare. Si mette su un fianco, vuole stringere qualcosa per tirarsi su, le dita torte dai dolori non obbediscono. Si impegna con i pugni, riesce a mettersi seduta. La luce di servizio nella presa ha stampata una farfalla gialla. Mostra i confini dell’intorno. La vecchia si stanca subito. Affanna sul bordo del letto. L’azzurro delle vene è scurito, le braccia puntellano il tronco. Allunga i piedi alternando piccole rotazioni del bacino. Arriva alle ciabatte. Si alza appoggiandosi ad una sedia. Scorreggia a lungo mentre lo fa. Si piscia un po’ addosso.

Bisogna vivere quanto basta. Fino a quando si riescono a contenere le scorregge.
Questo pensa mentre ciabatta verso il gabinetto. Con fatica si piega sul water reggendosi alla vasca da bagno.
Orinare, non cacarsi addosso. Non disgustare disgustandoti …

Si asciuga con la carta igienica.

… non sbavare. Non lasciare le ciabatte troppo lontane dal letto. Un mite disgusto è inevitabile.
Si è sciupato l’incarto e io sono dentro.

La vecchia pensa anche alla solitudine. Ma di quella non ne parla mai.
Si è comprata un pacchetto di plastilina. Cinque bastoncini colorati. La usa per esercitare le dita. E’ convinta che le faccia bene.
Anche di quello che non riesce più a fare non dice.

Si è alzato il vento.
La civetta non canta più.
La vecchia, seduta al tavolo, ammonticchia caccole colorate. Il gesto è quello di quando si chiacchiera e si fanno palline di pane. Invece pensa. Il vento alza la voce. Un tuono improvviso la coinvolge. Però, come un animale nella tana, non la scompongono i temporali. Pensa che ne ha visti tanti.
Si alza e con le braccia come ali per mantenersi in equilibrio, ciabatta fino alla cucina.
Per prendere il pentolino nella credenza, con la mano sinistra spinge il gomito destro. È per aiutare il braccio ad andare più in alto. E tenta un movimento, un riflesso dello stare in punta di piedi. Mette al fuoco l’acqua per la tisana. Camomilla, biancospino, arancia amara. Per trovare il sonno. Poi rassegnata torna di là e si rimette seduta ad aspettare. Adesso con la mano sinistra conforta la destra. L’accarezza. La guarda. E’ quella più dolorante.

Se stai attento lo capisci anche se non ne parla mai.

Il temporale adesso è sul tetto. Il vento scricchiola fra i rami.
La vecchia crede che l’acqua per la tisana sia calda abbastanza. Pesante si avvia.
Un tuono esplode.
La luce sparisce.
La vecchia sbanda.
Lontana dalla sedia. Lontana dalla luce del fornello.
Ha paura.
Agita le braccia in cerca di un appiglio. Si spinge in avanti. Il buio le ruba l’equilibrio.
Resiste un attimo.
Cade.
Sul pavimento la testa bianca schiocca.

Fuori c’è ancora il temporale. L’acqua bolle nel pentolino.

Non si sa quanto tempo passa. D’improvviso sbarra gli occhi nel buio. Si irrigidisce. Raccoglie le forze. Gratta con le unghie i commenti del pavimento. S’impegna con i gomiti. Farfuglia nel cercare lo slancio. Ricade.
Piange.

Il pentolino brucia sul fornello.
Il tuono vibra nei vetri.
Il freddo del pavimento consuma il calore del corpo. Scoraggia.

La vecchia ha la bocca incollata dalla saliva. Le orecchie allagate dalle lacrime. Un tremito potente la scuote.
Muoio. Questo sente.
Avrei tanto voluto vedere la Francia.

                                                                                                          MONICA DINI



domenica 10 aprile 2016

ADELMO - Racconto di Paolo Giannattasio





Ho un volto e delle mani. Orecchie sì, anche quelle. Guardo, scruto e memorizzo. Provo a decifrare e resto teso. Mi sorprendo quando qualcuno non capisce e pensa che io sia un pagliaccio. Faccio un segno piccolo e spero nella comprensione altrui. E quasi mai incontro esseri capaci di sensibilità e amorevolezza. Mi perdo nelle diverse anime del mio cuore quando il canale comunicativo è ormai appiattito. Sono come un uccello con le ali che non vola. Come la punta di una penna carica d’inchiostro che non scrive. Non c’è parola che possa descrivere il mio essere. Neanche se la spiegazione la portassi penzoloni al collo, capirebbero, quelli, intontiti dalle parole. Ci sono solo silenzi, segni e distanze perpetue per me. Nulla che possa ascoltare. Questo è il mio verbo.
So volteggiare nell’aria e guardarmi allo specchio. Tocco la punta dei miei piedi anche solo con il pensiero. Sento il battito del mio cuore e tutte le emozioni. Sento delle cose che non so spiegare. Sento e non sono le cose che voi ascoltate. L’orecchio è eterno e forse musicale; ma purtroppo la via è sbarrata e non passa proprio niente.
Gioco, palla, nascondino, ansia, fiatone, cono gelato, pantaloncino, erba del prato, ginocchia sbucciate, comodino con foto, ossa allungate, mamma che abbraccia, capelli da pazzo, occhiali dorati, mani unte, piedi neri, labbro che pronuncia, scarpa perduta, papà che legge, colore del cielo, mare che bagna, spiaggia serena, macchina ferma, labbro che sorride, vigile bianco, albero giù, pioggia di casa, rientri imprevisti, pomelli d’ottone, luce davanti, macchie di vita, libri distanti, forza nascente, muro, cuore, ansia, fumo, calza, stima, sensazione, rima, oggetti toccati e solite cose.
Tutto un flusso di azioni vissute. Toccate. Osservate. Distrutte. Pulite. Segnate. Sparite. Mai ascoltate. Mai parlate.
Mi chiamo Adelmo e sono sordo e anche muto. Sono sempre stato Adelmo. E sempre sarò sordo e anche muto. Un sordomuto che sbraita a suo modo senza vergognarsi.
Non scopri di essere sordomuto. Non è come quando ti ritrovi una specie di barba sul pene all’improvviso. O quando dalle ascelle cominciano a spuntare i primi peli. No. Quelli sono cambiamenti naturali che si presentano allo specchio o sotto la doccia con un lento preavviso. Perché un’idea della crescita te la sei già fatta guardando gli adulti.
Da bambino, era come se qualcuno avesse schiacciato il tasto mute, sul telecomando delle mie funzioni fisiche e aspettavo solo che poi si ricordasse di rifare la stessa azione e restituirmi la parola. È un’illuminazione improvvisa. Comprendi in un attimo che la tua strada è diversa e che esistono altre cose che puoi sviluppare e vivere. Anche senza parola. Anche senza ascoltare. Perché ognuno trova una via per comunicare. Anche uno come me.
Io comunico sì, ma come mi pare. So fare gesti ed anche segnali. Penso a una parola e poi ne penso due e poi ancora e ancora. Parole che non posso pronunciare e che per me non hanno suono. Poi penso alla musica. E a ogni parola accosto la mia musica. Una musica per vocale. Una musica per consonante. Una musica, per ogni singolo stato d’animo. Un suono. Due suoni. Tre suoni. Un non suono e uno. Un non suono e due. Un non suono e tre.

Amo la musica, ma non posso ascoltarla. Amo la musica e con essa parlo, mi descrivo, mi sostengo e faccio finta di essere normale, di avere voce e poterla usare. Ho messo al primo posto l’amore. Quello per cui uno sguardo dice tutto e non servono parole. L’amore era l’unica cura che avevo sempre cercato. Il perdersi ostentatamente negli occhi di una sconosciuta all’uscita di un bar o davanti alle vetrine di un coiffeur pensando e sperando di poterla amare più di come il migliore amante abbia mai amato prima di te.
Passeggio spesso e ben volentieri. Osservo le persone, ne scruto le movenze e per ognuno trovo un soprannome.
Sig. nasone, la donna barbuta, zia puzzona, sorella racchia e tizio zazzera. 
Passeggio sempre e vado soprattutto alla ricerca del bello. Colgo un profumo, appunto una rima nel mio taccuino, mi godo un raggio di sole mezzo pronunciato e trovo piacere nelle mie piccole cose. E tra un gesto e l’altro d’improvviso la vidi.
Una ragazza che passeggiava muovendo le labbra, tutta sola, al ritmo di una musica mentale. Fu amore eterno, pacifico, umano, onesto, dirompente di gioia e ansia. Fu amore invano, assente, vuoto, osceno, nudo e poetico. Fu amore come se fosse da sempre. Era lei, che avevo sempre amato. Lei nei miei sogni ad occhi aperti. Lei che sorride ogni notte e che non ritrovo mai nella realtà. Lei che sembra finta, e invece è lì che canticchia una musica a memoria e sorride, fiera, mentre osserva la vetrina di una libreria. Resta così. Non ti muovere!
Fatti osservare ancora un po’, te ne prego. Lascia che memorizzi ogni misura del tuo corpo. Lascia che la mia anima tenda alla tua. Lasciati a me. Ti curo io.

Mi avvicinai lentamente senza mai perdere le sue labbra dalla mia vista. Le avrei dato tutto me stesso in quello stesso istante. Se mi avesse chiesto il cuore, lo avrei strappato dal mio petto e posto nelle sue mani rosee. Sentivo sensazioni nuove, che mai, avevo provato prima. Mi sentivo gioioso e allo stesso tempo terribilmente solo. Ero pazzo di gioia e intontito dai sentimenti e triste per la mia limitazione verbale. Avrei voluto dirle cosa provavo e sperare nel suo reciproco amore; ma non potevo e la cosa mi fece perdere, da subito, il sorriso.
Posso leggere le labbra di una persona. Mi basta osservare la scansione delle parole ed è quasi come ascoltarla. Osservavo le sue labbra e riuscivo a musicare nella mia testa i versi, e quelle parole diventavano le nostre. Leggo spesso e poi memorizzo i testi delle canzoni, di cui però non conosco la musica. E allora la invento e muovo la testa come se fossi a un concerto solo mio, dove il cantante e lo spettatore sono un’unica cosa.
Era come se lei parlasse con me, ma da lontano, senza vedermi. Ed io cantavo con lei.
La mia idea romantica, il mio sogno di paglia. La ragazza sconosciuta non si era accorta della mia insistenza “occhiuta”, non sapeva chi fossi, non mi ascoltava. E come darle torto poi; in fondo ero uno dei tanti sguardi che la accompagnavano lungo il suo cammino, in quella affollata via del centro. Se lei avesse visto le mie labbra, se avesse notato come si muovevano all’unisono con le sue. Allora sì, allora non sarei diventato lo sguardo fra tanti e lei mi avrebbe finalmente visto. Forse sarei stato l’unico che, guardandola, avrebbe parlato con le sue parole, anche se le mie, l’ho detto, erano mute.

Non avevo speranza alcuna di poter avvicinare il mio amore, non sapevo come fare. Continuavo a seguirla con lo sguardo, ma ormai non cantavo più e le mie labbra erano tese e il mio sguardo triste. Si allontanò e sparì tra la folla fragorosa di quella domenica mattina. Ecco il dolore. Ecco l’ansia, la solitudine che annienta. Senza parole e senza amore.
Fu allora che pensai alla musica, non come verso, ma come sostituto della parola. Della parola che non potevo avere. Pensai allo strumento che avevo sempre amato e sognato un giorno di poter suonare: il clarinetto. Ero sicuro che l’idea della musica potesse funzionare, semmai fossi riuscito a ritrovarla. Le avrei dedicato il mio amore con la voce dello strumento.
Acquistai il mio primo clarinetto in si bemolle e corsi a casa. La prima cosa era imparare qualche nota romantica e correre da lei per suonarle la mia dichiarazione. Sarei rimasto davanti alla libreria, la domenica successiva, nella speranza che lei passasse di nuovo di lì. Il giorno del nostro possibile incontro si avvicinava e la mia mano tremante non riusciva più a suonare. Ormai avevo quasi rinunciato ad andare da lei e speravo che la domenica non arrivasse più, per non ammettere di averla persa senza mai averla avuta. La domenica arrivò ed io restai chiuso in camera, in attesa di qualcosa. A un certo punto mi alzai e decisi di andare a pattugliare quella benedetta libreria. Presi il clarinetto, m’incamminai. Ero teso e i miei passi impauriti. Arrivai davanti alla vetrina che mi aveva visto amante senza unione e restai fermo a lungo in attesa di vederla. Fissavo il clarinetto sperando di riuscire a suonarlo come avrei voluto. Un senso di oscuro smarrimento mi assaliva. I dubbi mi divoravano il cervello. E se fosse arrivata con qualcuno? Il fidanzato magari, oppure un’amica? Che cosa avrei fatto? Quanta ansia. Se questo è l’amore, allora è meglio non amare! Troppi spasmi. Troppi tuffi al cuore. 
Mentre valutavo se perseguire la strada dell’amante solitario, l’occhio sinistro comunicò qualcosa al cervello, che girava vorticoso con i miei dubbi. Era lei, proprio lei che arrivava dal fondo della strada, da sola, come sempre. Sudavo ed ero pronto a scappare per la paura. Poi mi feci coraggio, attraversai la strada e le andai incontro. Era a pochi metri da me ed io portai alla bocca il clarinetto e cominciai a suonare, ma capii che uscivano solo sbuffi e note senza senso. Non riuscivo a calmarmi, il battito accelerato del cuore mi faceva tremare e sudare. Basta, mi fermai e alzando lo sguardo vidi che lei mi stava fissando come spaesata: non riusciva a comprendere cosa volessi. Immaginai di aver suonato talmente male che lei, poverina, non riusciva a dire niente. Poi la ragazza alzò le mani e portandole a mezz’aria fece dei segni che conoscevo bene e capii qualcosa che mi fece sorridere. Mi disse, con le mani, <<scusa ma non posso sentire, sono sordomuta>> ed io, lasciando cadere il clarinetto, le dissi, sempre con le mani, <<anch’io!>>.
Ci sorridemmo e spalla a spalla, ci avviamo lungo la strada, fissandoci negli occhi.
Io sono Adelmo e sono sordomuto. La donna che amo si chiama Anna ed è sordomuta.
Oggi passeggiamo e cantiamo le nostre canzoni solo con le labbra e questo ci fa sentire liberi da ogni limite.
La musica di Adelmo non ha note, ma solo segni.


PAOLO GIANNATTASIO





lunedì 14 marzo 2016

Deep Emotion - Federico Preziosi






Buongiorno, bella giornata, vero? Ma prego! si accomodi, non resti lì impalato. Mi rincresce doverla lasciare in piedi e mi scuserà non potrò metterla a proprio agio privandomi del privilegio di offrirle almeno un caffè. Sfortunatamente non ci sono sedie qui e l’aria è pensatina, un po’ umidiccia. Oh, che razza di sciocco devo sembrarle! Le rammento cose che Lei conosce sicuramente meglio di me. La condizione in cui fluttuiamo noi detenuti è precisamente l’estrema connotazione di certi luoghi, oggetto tra l’altro di contestazioni civili e strumentalizzazioni politiche attraverso tutt’altro che forbite disquisizioni. Ad ogni modo, senza alcuna pretesa di giustificarmi, è un tale contesto che mi impedisce di accoglierla con i dovuti riguardi, accortezze che meriterebbe qualunque essere umano. Sì, lo so, Lei lavora qui da anni e presumo che una tale, lugubre atmosfera ormai faccia parte del proprio corredo quotidiano. Non mi sto sbagliando, vero? Ma la prego, non indugi, si avvicini e, mi dica, a cosa devo l’onore della sua visita? Non sarà mica passato di qui con il pretesto di trascinarmi in uno di quei noiosissimi interrogatori? Quell’orribile ispettore, poi, privo del minimo senso dell’umorismo. Mi rendo perfettamente conto della gravità delle mie azioni, le stesse che con saccente disprezzo vengono bollate come crimini brutali. Eppure trovo alquanto inopportuno e indelicato disseminare cotanto catastrofismo. Sa, a quell’uomo scappa la mosca al naso per un nonnulla se dalla mia bocca non vengono pronunciate le parole che vorrebbe sentirsi dire. Fossi almeno la sua amante, potrei capirlo, l’accondiscendenza sa essere un’arma erotica micidiale! Ma cosa vuole che faccia se non sono uomo da copioni? Se ne avesse solo la possibilità, ci metterei la mano sul fuoco, l’ispettore entrerebbe nella mia testa per farmi sillabare certe parole da fargli rizzare i peli pubici. Poveretto, mi fa tanta pena. Naturalmente non sono da buttare, ho una certa esperienza, ma non sono di certo una Brigitte Bardot di primo pelo! A meno che l’ispettore non si infatui di uomini maturi! Chissà, forse è dotato di gusti alquanto sofisticati. Non me ne voglia però, non mi pronuncio con disprezzo, è solo che mal digerisco la cattiva educazione. Del resto ho dedicato tutta una vita alla ricerca del gusto, allo spiegamento delle papille gustative, alle delizie del palato. Si figuri! Naturalmente non pretendo che tutti gli uomini su questa terra siano come me, anzi se ne guardino bene! Eppure certe cose come la smania di potere davvero non le capisco: da ciò che non riesco a compenetrare mi tengo alla larga. Perché? Semplice. Conosco benissimo l’animo umano, ho imparato ad interpretarlo egregiamente negli anni in cui esercitavo con zelo la mia professione. Ho speso una vita intere ad affinare la mia abilità nell'accostare i sapori con i gusti personali dei miei clienti. Non ci crede? Dovrebbe, invece. Perché io mi ricordo di Lei, sa? Io non dimentico mai una faccia. Quando ci siamo incontrati? Lei è cliente abituale della mia pasticceria! Come? Scusi, mi perdoni, ma Lei non legge i giornali? Esattamente quella accanto alle Poste, nei pressi della piazza del paese. Quella pasticceria è di mia proprietà ed anche quando ho cominciato a lavorare per servizi catering di un certo livello, ho sempre curato il luogo da dove sono partito e costruito la mia fortuna. Non avevo sempre un contatto diretto con i clienti, ma al laboratorio, sì proprio quello dietro al bancone espositivo, sopraggiungevano le ordinazioni. Davvero non lo sapeva? Lei è uno dei miei migliori clienti, Signore, uno di quelli che non salta mai una domenica! Ha comprato di tutto, dalle pastarelle alle torte, dal gelato ai bignè, dai dolcetti di pasta di mandorle alle chiacchiere di carnevale. Per non parlare poi della sua passione per il cioccolato!


Da pochi anni, dopo aver seguito vari corsi di aggiornamento, avevo raggiunto un livello molto alto per un paesino di pochi migliaia di abitanti. La mia abilità in pochi anni è cresciuta a tal punto che il mio piccolo laboratorio è diventato un polo di attrazione. A comprare il cioccolato venivano anche facoltosi signori dalla città, specialmente la domenica mattina. Percorrevano chilometri e chilometri solo per portare a casa guantiere gremite di cioccolatini ripieni. Ne avevo prodotti alcuni con la crema di mirtilli, mandarino e lavanda. Le mie delizie dal gusto esotico andavano così a ruba che presto comprai l’ufficio delle Poste per istallarvi un laboratorio moderno più grande dedicato internamente al cioccolato. Vedessi quegli impiegati, che facce l’ultimo giorno di lavoro accanto alla mia pasticceria! Volevano che uscissi dal laboratorio per potermi abbracciare e ringraziare di tutti quei momenti saccarosi che avevano trascorso durante le loro pause caffè. La prassi quotidiana era questa: il caffè da Mino, il bar in fondo alla stradina (e quanti soldi ha guadagnato il caro Mino grazie al sottoscritto!), il dolcetto da me! Alcuni impiegati chiesero di poter essere assunti pur di non rinunciare a quella dolce abitudine. Umanamente li avrei accolti uno per uno, mi creda. Purtroppo questo mondo esige spietatezza certe volte, gli affari sono affari, e a malincuore mi ritrovai costretto a declinare la loro richiesta. Senza esperienza non avrei potuto accettare quelle persone, sebbene fossi sicuro delle loro ottime intenzioni e lusingato da tanto affetto e cordialità. Mi sentii in dovere comunque di ringraziarli, a modo mio. Li invitai a presentarsi la settimana successiva affinché potessi personalmente omaggiarli di tanta gratitudine con la mia vulcanica creatività. E quelli non se lo fecero ripetere due volte! Donai ad ognuno di loro, ben 15 dipendenti delle Poste, una tavoletta a forma di Poste Pay, ripiena di cioccolato al latte e con tanto di nome personale inciso su ogni pezzo. Vede, io so come farmi voler bene dalle persone. Sarà per questo che quell’ispettore mi rende triste, lui non comprende la dedizione e l’affetto che impiego nelle cose che faccio. In tutte quelle che porto avanti. Non sono mosso dalla brama per il successo, glielo garantisco. Altrimenti mi spieghi per quale ragione al mondo adesso mi ritrovo in questa cella umida a discorrere con Lei sul mio passato con la pretesa di convincerla circa la mia capacità di conoscere i suoi gusti?

Mi perdoni, mi sono lasciato prendere dalla storia omettendo il punto a cui volevo arrivare. Non vi badi, sa, a volte divago un po’. Difetto nell’avere un ego spropositato, lo ammetto. Tuttavia, Le ripeto, non mi ritengo ammalato di successo. Nella mia famiglia un mio lontano cugino aveva tentato la via della musica e dopo 5 anni di lezioni di chitarra, ha mollato tutto, finanche la fidanzata, per andarsene a Londra. Lì aveva trovato la via del celebrità mettendo su una band con la quale aveva ottenuto un contratto milionario. Un paio di dischi e le pale mobili dello showbiz lo stritolarono. Non riusciva a reggere i ritmi di lavoro dovuti a un successo sempre crescente. Non aveva tempo per coltivare un amore e degli affetti. Considerando la sua natura romantica, quella notorietà che con tanta foga aveva inseguito gli apparì come una gabbia. Fu così che un giorno trovarono il suo corpo freddo e privo di vita penzolante in casa sua. Ah, lo conosce! Lo credo bene, lui sì che era un grande artista! Ad ogni modo, umanamente segnato da quella tragedia, decisi di non perseguire il successo e di non lasciarmi imbrigliare dal business. Alla fine, possiamo dire che un certo riscontro l’ho avuto ugualmente, sebbene frutto dell’amore profuso nel mio lavoro e per le persone che mi circondavano. Non potevo dire di no all’amore!

Cosa? Dice che sto ancora divagando? Mi rincresce doverla contraddire, ma questa volta è Lei che sta emettendo giudizi affrettati. Le stavo parlando d’amore e presumo che Lei pensi che una persona come me d’amore non possa saperne nulla. Il mio cuore deve apparirle gelido e spietato e non la biasimo, anch’io lo penserei: posso solo immaginare quali nefandezze abbiano diffuso i media in questi giorni sul mio conto. Eppure dovrebbero essermi grati. Anche loro hanno fatto buoni affari con me! Come faccio a sapere che Lei pensa questo? Gliel’ho già detto, conosco i suoi gusti, Signore. L’ho servita migliaia di volte, Le pare che io non abbia capito nulla della sua personalità? No, La prego, non mi porti dall’ispettore e mi lasci parlare ancora un po’ qui con Lei! Sa, mi sento tanto solo. Che differenza fa? Lei, malgrado il suo scetticismo congenito, nutre rispetto nei riguardi della mia persona più di chiunque altro in questo posto. Le pare poco?

Dunque, dov’eravamo rimasti? Ah sì, le stavo parlando d’amore. Tutta la mia attività è stata permeata dall’amore e da quello che di bello porta nell’animo umano. Come del resto la gente mi amava perché nei miei dolciumi ci mettevo l’anima e tutti i migliori sentimenti di cui ero capace. Anche in famiglia il mio amore è sempre stato vivo, la fiamma della sua forza ardeva sempre con vigore e illuminava le giornate di mia madre, fino al giorno in cui il Signore l’ha chiamata a sé, e di mio padre che, purtroppo, ora ha il cuore straziato. Sì, un giorno gli chiederò perdono per aver reso la sua vecchiaia un inferno. Lui capirà e tornerà dal Creatore con animo sereno e sollevato, orgoglioso di suo figlio che l’ha sempre reso fiero. Comprenderà che tutto questo è permeato dal più elevato senso d’amore, ciò che di più bello e grande ha avuto da insegnarmi. Del resto lui è testimone del mio amore per la mia dolce Nora. Sì, proprio la stessa che da giorni non riuscite più a trovare e per la quale avete accusato me. Non mi guardi con quella faccia, ho già ammesso le mie colpe: il caso dovrebbe essere chiuso. Invece no, non vi basta avere in mano l’assassino, il mostro, il carnefice. No. Volete il corpo della sua vittima! E cosa ne farete se ve lo consegnerò? Lo farete sbattere in prima pagina? Lo renderete ai medici per farne un’autopsia così che possano mettere le loro luride mani sulla mia amata Nora? Signore, Lei è un caro cliente, ed io le sono sinceramente affezionato. Sul serio. Tuttavia né il diritto e neppure l’attenzione mediatica mi spingeranno a rendervi il corpo di Nora. Mi perdonerà se non vengo meno al patto d’amore che strinsi con la mia amata ben 7 anni fa. So bene che comprendere un uomo è quanto di più complicato possa esserci in questo mondo, ma sono anche consapevole che Lei farà qualche sforzo per raggiungere un grado di comprensione nei miei riguardi più che soddisfacente.

Nora. Ricordo quel giorno in cui entrò per la prima volta nella mia pasticceria. L’avevo aperta da poche settimane e con i soldi guadagnati duramente all’estero in uno squallido ristorantino di Manchester avevo chiesto un prestito alla banca per poter mettere in piedi la mia attività. Nora entrò con fare deciso, chiedeva un lavoro per mantenersi, venutasi a trovare in gravi condizioni economiche. Era la prima volta che posai i miei occhi su di lei e sentii il mio cuore morire per poi rinascere. Era come se non toccassi più il suolo: addio forza gravitazionale! In quell’istante varcavo il Paradiso e come per incanto il mondo si estinse alla velocità di uno schiocco di dita.
I suoi capelli, corti, color vermiglio, esaltavano gli occhi neri da cerbiatta; quelle labbra rosse incandescenti come carbone ardente avrebbero marchiato a fuoco la mia anima per sempre. Fu un brivido intenso a squarciarmi il torace e un’improvvisa smania di sensualità mi catturò; divenni famelico della sua superba bellezza, una sensazione che mai avevo conosciuto nella mia vita e alla quale un uomo affetto da cardiopatia non sarebbe sopravvissuto. La sua camicetta a margheritine leggermente sbottonata conteneva a malapena le sue abbondanze che, libere dall’impaccio del reggipetto, lasciavano intravedere le ritte e prepotenti rifiniture, isole scure come terra inumidita dalle quali germogliava la mia ossessione. Desideravo essere suo, godere di quelle estensioni di carne marmoree e lasciare che la mia gioia zampillasse da quelle due mastodontiche cassatine.
«Signorina, la aspetto domattina alle sette» mi sfuggì di bocca. E lei, colma dalla contentezza, venne ad abbracciarmi premendo le sue morbidezze contro di me. Se avessi potuto esprimere un solo desiderio in quell’istante, avrei chiesto al Signore di lasciarmi morire. Nessuno avrebbe potuto mai godere di una fine tanto gloriosa. Doveva essere questa la bella morte tanto decantata da certi poeti: perdere i sensi schiacciato dalla sensualità, trafitto dall’odore di donna, quale gioia sconfinata prima di lasciare il mondo terreno!
Non avevo un soldo, ma non potevo farci nulla: lei aveva scelto me e non osavo oppormi alla sua richiesta. Strinsi la cinghia e le cose girarono lo stesso: Nora era bravissima, rendeva grazioso qualunque cosa toccasse, aveva un grande senso estetico e sperimentava le forme più strane per le nostre creazioni. Non passò molto tempo che le confessai il mio amore. Si concesse al bacio più lungo che avessi mai avuto e subito, presi da un reciproco impeto di passione, facemmo l’amore. Era il giorno di San Valentino. Utilizzammo tutta la panna che avevamo a disposizione in certi giochetti erotici che non posso raccontare, ma le assicuro che nessuna come Nora riuscì a farmi apprezzare la vita sessuale di coppia. Rimasi sempre particolarmente affezionato al giorno di San Valentino e da allora inventai le cose più incredibili per stupire i miei clienti dando loro la misura dell’amore, quel sentimento che tanto mi ispirava. Grazie al supporto di Nora, inventai i miei pezzi forti, gli stessi che lanciarono la mia attività portandola a livelli insperati! Inoltre al bancone andava meravigliosamente, era assolutamente tagliata per le vendite. Aveva imparato dal padre, abile commerciante di profumi nella cui bottega aveva lavorato come commessa per diversi anni. Nora sapeva come far sentire speciale un cliente. Vendeva una torta come un fango dimagrante: prometteva miracoli, miracoli per l’anima, il benessere e l’umore.
Sì, certo che le sue grazie l’aiutavano, non sono mica tanto ingenuo, sa? Cosa c’entra con i suoi gusti questo? Suvvia, non dica che Nora non l’ha mai vista?! No no, Lei non mi può dire che Nora era una prelibatezza tale che difficilmente non avrebbe conciliato anche i gusti dei clienti più esigenti! Vede, una cosa bisogna gustarla con calma prima di emettere un giudizio; del resto quante pietanze che alla vista sembrano essere invitanti ci lasciano l’amaro in bocca a contatto con il palato? Scusi, non vorrei divagare ancora. Se porterà un po’ di pazienza le svelerò un segreto! Le confesserò dov’è Nora. Lo vuole davvero sapere? Bene, però non mi interrompa e ascolti fino alla fine.

Pochi giorni fa, come Lei saprà, e lo sa perché è passato da me per fare il consueto carico di cioccolatini, si è celebrato San Valentino. Per un giorno tanto speciale per noi innamorati, Nora esigeva una dimostrazione del mio amore e di condividerlo in modo sorprendente con tanta gente. «Cara, ma di quali prove hai bisogno dopo 7 anni, cosa ho ancora da doverti dimostrare più di quello che faccio quotidianamente?». Schioccate quelle parole, Nora mi ha annientato con un broncio tale da costringermi con le spalle al muro. Il solo pensiero di deluderla mi faceva star male! Dovevo far felice la mia donna, doveva sapere che non solo faceva l’amore con un artigiano del gusto, ma che il suo uomo era ancora in grado di sorprenderla. Ho pensato intensamente all’impresa che avrei dovuto compiere e solo dopo alcuni giorni in cui, per la prima volta nella mia vita, temevo di non essere in grado di soddisfare i desideri di Nora, il mio genio mi è venuto in soccorso. Così tutto contento per l’illuminazione, correndo dalla mia amata le ho detto di trascorrere la notte con me in laboratorio per i preparativi dei dolcetti di San Valentino. Ultimate le leccornie per la festa, l’avrei fatta morire di gioia. Lei ha accettato, ma con uno dei suoi sorrisi di sfida, rammentandomi che non avrebbe accettato alcun giochetto con la solita panna. «Tranquilla, tesoro adorato, ti ho mai delusa una volta?».

Cadde la notte, nera come il cioccolato fondente e la mia dea, come stabilito, si è presentata in laboratorio. Le ho offerto alcuni bon bon: «Provali, amore, questi contengono uno sciroppo di mirtilli che ho prodotto proprio ieri, per la prima volta. Lo trovo delizioso, dal sapore vellutato come le tue labbra». Stretto tra indice e pollice, Nora ne ha preso uno portandolo delicatamente alla bocca, lentamente, con la stessa sensualità che mi aveva stregato il primo giorno che la vidi. «Erano proprio le tue labbra voluttuose che bramavo osservare mentre riempivo i miei bon bon» e a quelle parole il suo sorriso è divampato come una sferzata di colore che taglia la tela. È rimasta con quel bagliore sul viso a lungo come vittima di una lunga ipnosi. Ha preso altri bon bon e parlando con la bocca piena e masticando lentamente si è congratulata per le mie nuove creazioni: ero un genio, avevo superato me stesso, quelle bontà avrebbero mandato in visibilio chiunque, e tutti su questa Terra sarebbero stati disposti ad uccidere pur di mangiarne fino allo sfinimento. In quell’istante Nora aveva il volto trasfigurato da un sorriso con la bocca così zeppa di bon bon che del succo di mirtillo frammisto al cioccolato masticato cominciò a colarle dalla labbra, ormai violacee. In uno stato compulsivo ha afferrato altri bon bon che deglutiva sempre più lentamente, eppure con una rinnovata e irrefrenabile estasi. Le sue mani irrigidite, pallide e imbrattate d’ambrosia che si portava alla bocca, non accennavano a fermarsi. I suoi occhi stillavano lacrime di pura gioia, che percorrendo le gote diluivano l’impasto spalmato sulle labbra ormai enfie, umide e sbavate. Le gengive hanno cominciato a secernere schiuma e un nuovo liquido che selvaggiamente fuoriusciva dalla sua bocca si è stemperato sulla tavolozza del suo sorriso in un vortice di piacere estremo. Così le ho preso le mani sottraendole l’ultimo bon bon che, paralizzata dal piacere, non riusciva a portare al palato. «Piano, vita mia, piano. Aspetta, ti aiuto io. Ecco…» e l’ultimo pezzo si è lentamente spiaccicato sui denti oramai serrati. Mi fissava come un’ossessa colma di soddisfazione: il suo volto si è contratto,  tremante di sussulti sempre più violenti. L’ho abbracciata aspettando che la morte la portasse via con sé. Spirata, ho trattenuto per un po’ il suo corpo svuotato dai sensi, ma ancora palpitante di aneliti di vita che si disperdevano nell’aria. Soltanto quando si è fatto muto l’ho sollevato e disteso sul tavolo da lavoro. «Tesoro», pensavo mentre l’osservavo per l’ultima volta. Un amore così grande non poteva restare solo nelle mie mani. Il Signore mi aveva mandato Nora affinché la condividessi con le persone che amo, e per non c’è nulla di più importante dei miei affezionatissimi clienti. Tutti dovevano assaporare, permettere ai propri sensi di sciogliersi in un caleidoscopio di bontà, tutti dovevano portarla nelle proprie case dalle proprie mogli, dai propri mariti, dai propri innamorati e goderne per San Valentino, una celebrazione che io e Nora abbiamo sempre onorato con passione, entusiasmo e tanta sensualità che dello stare insieme rappresenta il lato giocoso.
Così ho aperto il corpo di Nora ed estratte le viscere le ho maciullate e mescolate in un concentrato di succo di ciliegia corretto con whisky. Ho riempito altri bon bon di un siero prodotto per una golosità a tiratura limitata che ho chiamato Deep emotion. Un successo senza pari: quelle prelibatezze sono andate a ruba in poche ore con i clienti che ancora mi chiamavano in tarda serata per una scatolina da offrire al proprio partner.
Adesso conosce il mio segreto, può andare dall’ispettore e riferire tutto. Il corpo di Nora, così come vi avevo detto, non lo potrete avere. Oramai è irrecuperabile. Così come ha dato tanta gioia a me per ben sette anni, tanti innamorati hanno potuto godere delle sue grazie deliziandosi il palato. Mi creda, non conosco un gesto d’amore più grande di questo. Deep emotion rappresenta un capolavoro assoluto di alta pasticceria, ho davvero dato la mia vita per farlo. E il resto del corpo? Non sia precipitoso. Piuttosto, mi dica, com’erano quei cioccolatini alla cannella a forma di cuore che ha acquistato per Sua moglie?

FEDERICO PREZIOSI