domenica 18 novembre 2018

"LA TERRA ORIGINALE" DI ELEONORA RIMOLO



LA POESIA FORNISCE LA CHIAVE PER NON CEDERE ALLA FERITA







Un’atmosfera erratica quella della Rimolo, in cui le parole oscillano tra sospensione, plurisenso e metalinguaggio. Sprigionano, i suoi versi, un dolore che emerge con foga, come nella tormentata esistenza di Rimbaud, con identico slancio e altrettanto valore: la sua è una verità scandita dalla sopravvivenza stessa, dall’innocenza e dalla conoscenza.
“La terra originale” (Lieto Colle - pordenonelegge.it), ultima silloge poetica di Eleonora Rimolo, è un viaggio nel subconscio, un’ispezione/introspezione profonda che percorre un’intera vita o parte di essa, un quesito velato, un viaggio sacro nel paese più straziato, che come Ungaretti ci ricorda, spesse volte è il cuore. Questa poesia giunge come una sorta di invito, propone una riscoperta, una congiunzione tra la memoria e il tempo, fra l’erranza e l’appartenenza. “Lì dove la memoria lontana / è la sola geografia che resta / ciascuno povero di carezze / vagabonda per le brevi strade.” Sembra quasi che il cuore smarrisca il suo indirizzo, qui, che la solitudine sia ancorata alle radici, all’antro più recondito del proprio essere. “Tu ami al sicuro… io qui tra pazze lettere / dimentico gli indirizzi… mi sogno fuggitiva tra le risa isteriche / di chi balla tutta la notte / fino a cercarsi, proteggersi.” È dunque un primordiale bisogno di protezione: giace qui racchiusa la funzione della poesia, terapeutica, quasi farmacologica. Si percepisce, a tratti, un’orfanzia, una privazione che rattrista, un rabbuiamento. Probabilmente è da questo presupposto che scaturisce l’esortazione al ritorno: “…dobbiamo tornare in cerca della casa originale, / della prima cellula essenziale”.
La terra originale forse esiste, deve esistere, o dev’essere essa a trovare noi; il nostro è un viaggio che ha come meta un presente che diventa memoria e un ricordo che si reifica inatteso e sofferto. I versi sembrano oscillare in un costante e coerente binomio di interruzione e ripresa, slancio felice e rattrappimento nel labirinto, lama di raggio e nuvola che rabbuia. La Rimolo ha un senso drammatico che si stempera, si assottiglia un attimo prima di addizionarsi a strepitose angosce già percorse e (temporaneamente) abbattute. Talvolta i versi fanno riaffiorare una sofferenza in termini di paradossale ossimoro, in cui il possesso diventa prigionia. Chissà se riuscirà il tempo a lumeggiare quei grovigli, a conferire una fissa dimora evitando il transito “da una terra all’altra”. Certo è che la poesia fornisce la chiave per non cedere alla ferita, per non inchinarsi all’ignoto, allo sterminato peso dell’assenza o della non presenza.
Un poeta non sempre deve indicare la strada verso ameni colli, o bramati lidi. È fondamentale il messaggio intrinseco della parola, della poesia stessa, racchiuso forse in queste penetranti righe de “La terra originale”: “…io cerco solo una recinzione, un pascolo / sterminato, un istante terminale in cui / capire tutto prima di sparire.” E ancora: “Perdonami, sai com’è vivere quando / ti lanciano addosso le cose, una sola / adiacenza pagata con abiti ancora / umidi, con questo spasmo sintetico / …che si mangia che si digerisce come / un frutto appena colto nella nebbia / di un giardino…”


                                                                                                  DAVIDE CUORVO



ELEONORA RIMOLO – LA TERRA ORIGINALE – LIETOCOLLE / PORDENONELEGGE.IT 2018 –  PP. 70 –  € 13,00



Con i muscoli rotti dall’umido passo
trasciniamo le settimane, pronunciamo
distintamente tre parole sole. Essere
stanco significa soffocare dentro a un letto,
spendere meno sangue possibile per non
replicare il dolore: in questo modo
non ricrescono le voglie, si eradicano
tutti i contagi e in me non resta
che il deserto asettico dove ci siamo
contaminati, in cui siamo stati lasciati.

*

Prego la terra, questa nostra terra
che trafiggo coi pugni chiusi per possederla,
lei che di esili rami spoglia le campagne
mentre i tronchi proni da lontano
- anime penitenti in paziente attesa -
perdono i contorni, le cime nello sforzo
della definizione. Percepisco
intorno una strana abbondanza
orizzontale, per questo piego anch’io
lo sguardo, mi rivedo attraverso
il vetro sporco, fantasma specchiato.

*

Era reale sovrapporre l’andata al ritorno,
cambiare loro il nome, mutarne l’emozione
in cosa nuova, una barricata tenuta alta
dalle piccole povere mancanze
che non so evitare. Mi muovo assistendo
ad uno spettacolo che mi inquieta,
saturo tessuti troppo tesi per non lacerarsi:
lo faccio per capire se davvero
un momento è uguale ad un altro, se
si può uscire dal guscio molle dei mesi,
masticandolo fino a saziarsi. Intanto
ti guardo fare gesti banali, rincorrere
la gloria, carezzare la bellezza, inchinarti
al suo idolo sfuggente: non so decidere
un amore, un dolore a te destinato; io
cerco solo una recinzione, un pascolo
sterminato, un istante terminale in cui
capire tutto prima di sparire.


ELEONORA RIMOLO




Eleonora Rimolo
Davide Cuorvo












mercoledì 5 settembre 2018

Verbale di Giuria - Premio Nazionale di Poesia e Narrativa "Città di Conza della Campania" - IV edizione 2018




Premio Nazionale di Poesia e Narrativa 
"Città di Conza della Campania"
IV edizione 2018




Verbale di Giuria


Il Presidente dell’Associazione Culturale “Logopea”, promotrice della presente iniziativa, e la Giuria della IV edizione del Premio Nazionale di Poesia e Narrativa “Città di Conza della Campania”, composta da Giampiero Neri, Wanda Marasco, Franco Arminio, Enzo Rega, Armando Saveriano, Eugenio Lucrezi, Davide Cuorvo, Alessandro Di Napoli, Gennaro Iannarone, Carmina Esposito, Floriana Guerriero e Flavia Balsamo, dopo lunga e rigorosa analisi sui dati raccolti inerenti alle complessive 469 opere dei 211 autori partecipanti (Sez. A: 56 volumi, 56 autori; Sez. B: 353 testi, 133 autori; Sez. C: 60 testi, 60 autori), esprimono il giudizio ultimo e definitivo attraverso il seguente verbale.



SEZIONE A – LIBRO EDITO DI POESIA

*Finalisti (in ordine alfabetico):

MARIA GRAZIA CALANDRONE (Roma) con l’opera “Il bene morale” (Crocetti - 2017)
COSTANZO IONI (Napoli) con l’opera “Stive” (Guida Editori - 2017)
ANNA MARCHITELLI (Napoli) con l’opera “Certe stanze” (Manni - 2017)
BEATRICE ORSINI (Varese) con l’opera “Anche l’acqua ha sete” (Controluna - 2018)
ANGELA SCHIAVONE (Pozzuoli – NA) con l’opera “Drammaturgia privata” (Giuliano Ladolfi Editore - 2016)
EVARISTO SEGHETTA (Arezzo) con l’opera “Paradigma di esse” (Passigli - 2017)
ANTONIO SPAGNUOLO (Napoli) con l'opera “Canzoniere dell’assenza” (Kairós Edizioni - 2018)


Premi Speciali

Premio Speciale “Amelia Rosselli”: LUCIA TRIOLO (Palermo) con l’opera “E dietro le spalle gli occhi” (La Ruota Edizioni - 2018)
Premio Speciale “Vittorio Bodini”: SIMONE LUCCIOLA (Formia – LT) con l’opera “View-Master” (Ghenomena - 2018)
Premio Speciale della Giuria: CINZIA DELLA CIANA (Arezzo) con l’opera “Passi sui sassi” (Effigi - 2017)


Menzione Speciale

ANTONIO PIETROPAOLI (Napoli) con l’opera “Tomoterapia e altro” (Oèdipus - 2017)


Menzione d’onore

DAVIDE ZIZZA (Crotone) con l’opera “Ruah” (Ensemble - 2016)


Segnalazione di Merito

SERENELLA MENICHETTI (Navacchio – Cascina – PI) con l’opera “Oltre la soglia” (CTL Editore - 2018)



SEZIONE B – POESIA EDITA O INEDITA A TEMA LIBERO

*Finalisti (in ordine alfabetico):

CINZIA CAPUTO (Napoli) con la poesia “Parto, sono già sulla nave”
ANGELO CURCIO (Lercara Friddi – PA) con la poesia “Poco altro”
SILVANA PASANISI (Taranto) con la poesia “Patto”
RAFFAELE PIAZZA (Napoli) con la poesia “Alessia e il libro di poesia”
ELEONORA RIMOLO (Nocera Inferiore – SA) con la poesia “Accade”
RAFFAELE SCHETTINO (Mugnano del Cardinale – AV) con la poesia “Cimiteri di paesi”
CARLA VIGANÒ (Settimo Milanese – MI) con la poesia “Non sapevo a cosa servisse il cardamomo”


Premi Speciali

Premio Speciale “Armando Vegliante”: ANTONIO CALIFANO (Contrada – AV) con la poesia “Agitate le facce me le porto”
Premio Speciale “Assunta Finiguerra”: GIOVANNI PERRI (Napoli) con la poesia “Arava bianchi prati”
Premio Speciale “Gabriella Maleti”: DANIELE CICCONE (Conza della Campania – AV) con la poesia “Tracce”


Menzioni Speciali

UMBERTO VICARETTI (Roma) con la poesia “Fiori di Bodrùm”
LUCA CRASTOLLA (Pezze di Greco – Fasano – BR) con la poesia “Eri pure il vento che fischia”


Menzione d’onore

MATILDE CESARO (Napoli) con la poesia “Scrivi di te”



SEZIONE C – RACCONTO BREVE EDITO O INEDITO A TEMA LIBERO 

*Finalisti (in ordine alfabetico):

GIULIANO BRENNA (Roma) con il racconto “L’Orfanotrofio”
MARIASTELLA EISENBERG (Caserta) con il racconto “Aron Viziel”
KETTI MARTINO (Napoli) con il racconto “Ecco”
AGOSTINA SPAGNUOLO (Capriglia Irpina – AV) con il racconto “Le scarpe”
RAFFAELE STELLA (Avellino) con il racconto “Sentieri di sassi”

Premi Speciali

Premio Speciale “Anna Maria Ortese”: FEDERICO PREZIOSI (Budapest – Ungheria/Atripalda – AV) con il racconto “Esco fuori, ma non evado”
Premio Speciale “Elsa Morante”: FLORIANA COPPOLA (Napoli) con il racconto “Maman mercy”


Menzione Speciale

MONICA DINI (Camaiore – Lucca) con il racconto “Gemme”



La Giuria ha altresì assegnato i seguenti “Lauri” alla carriera o per specifiche note di distinzione nell’ambito letterario o di sostegno ad iniziative e attività culturali:

Lauro d’oro – Al Poeta BRUNO GALLUCCIO (Napoli); alla Poetessa Gabriella Maleti (in memoriam)
Lauro d’argento – Alla Poetessa LUCIA STEFANELLI CERVELLI (Napoli); al Poeta RAFFAELE DELLA FERA (Aiello Del Sabato – AV)
Lauro di bronzo – Al Soprano LAURA ESPOSITO (Napoli)



A tali prestigiose assegnazioni, si è deciso di aggiungere, eccezionalmente, un riconoscimento speciale:

Premio alla Cultura e all’Emancipazione Sociale – Al Prof. Mario Perrotti (Contrada – AV)



INFORMAZIONI SULLA PREMIAZIONE

La Cerimonia di Premiazione si terrà in presenza di esponenti della stampa e di autorità politiche e culturali, sabato 29 settembre 2018 a Conza della Campania (AV) presso la Sala Consiliare del Comune, con apertura alle ore 17:30.
Tutti i partecipanti, a vario titolo, sono invitati a presenziare.
*Si ricorda che, come da bando, la graduatoria dei finalisti (1° - 2° - 3° e 4° premio) sarà resa nota nel corso della Cerimonia.
Si ringraziano tutti i concorrenti che hanno fornito il loro contributo creativo a questa quarta edizione del Premio, con opere di significativo valore, augurando a tutti futuri esiti sempre felici e brillanti, in special modo a quanti non sono rientrati nella difficile e delicata selezione dei vincitori.

  

L’Organizzazione del Premio                                              La Segreteria del Premio  
     
        (Davide Cuorvo)
                                                                 (Rosy La Rocca)
    (Armando Saveriano)



Conza della Campania, 5 settembre 2018






giovedì 19 aprile 2018

DAVIDE CUORVO – "LA MISURA DEL SILENZIO"



UN GIOVANE TESTIMONE DELLA SOLITUDINE DELL’IO POETICO







Un libro, anche se di poesie, è bene cominciarlo a leggerlo dall’indice. Di solito ciò che ci viene da esso, quando non è soltanto una pur utile e semplice assegnazione di un numero di pagina ad un testo corrispondente, può rivelarci qualcosa di più del consueto elenco: la fisionomia di un volto, quello del testo nella sua interezza, il profilo di un pensiero, la sintesi ragionata del percorso compiuto dall’autore.
Così nell’ultima raccolta di poesia di Davide Cuorvo, La misura del silenzio (edizione manni, 2017), l’indice è un buon punto d’osservazione, un terrapieno da cui gettare uno sguardo ricognitivo prima della lettura dei versi.
Il volume, dal titolo suggestivo – come quasi ogni titolo del resto – è composto da due sezioni entrambe contenenti venti poesie, la prima intitolata Euritmie, la seconda Decadenze, con una soglia centrale di separazione tra le due, un Entr’act: un intermezzo d’intimità filiale, collocato in una pausa in cui sembra risuonare per il rilievo della posizione e di nominazione della stessa un velo di tributo all’altra passione del nostro, quella teatrale, di cui avvolte sembra ritrovare un segno nella stessa impostazione della voce poetica, come se in essa fossero sempre vigili un’attitudine e una predisposizione al monologo su scena, così vibranti in quel “Chiedetemi” iniziale di A mio padre, la poesia-monologo dell’Entr’act, per l’appunto, in cui Cuorvo sembrerebbe rivolgersi ad un uditorio più ampio che non il singolo lettore, ad una complicità infoltita nell’ascolto e nella ricezione e alla quale sembra rivolgersi non con le parole scritte sulla pagina, quelle che il poeta affida al segno su carta (altrove scrive: “Ho voglia di carta sulle labbra / per coprire le ferite del tuo sguardo”), ma con parole pronunciate come su uno spazio scenico : “parlo di un padre / che non conosceva il figlio / parlo di un uomo / che senza figli è divenuto padre / non sono qui / per narrarvi una storia / non fu mai scritta”. La diversità del tono fa del testo un unicum nella tessitura complessiva della silloge: qui, dove si raccolgono “un’anima abbandonata” ed un compito esclusivo (“solo io, che ho dormito nel suo cuore / posso raccontarvi…”), il poeta si rivolge ad una pluralità non meglio definita, un voi che mette in confronto la singolarità poeticamente scenica della sua destinazione legittima e il luogo di un tu assiduamente frequentato nel corso degli altri testi.
Euritmie, il titolo della prima sezione, è lo stesso con cui s’intitola l’ultima poesia della seconda sezione, Decadenze. Il richiamo alla fine dell’abbrivio iniziale suggerisce l’attenzione per un senso di proporzionalità e di armonica distribuzione delle parti nella struttura del testo, che sviluppa e riavvolge la sua tensione fino al momento elegiaco dell’abbandono allo spazio della solitudine: “Dole l’anima al mancato appuntamento / senza senso, senza sogno / sulla riva di un’altra silloge / di sassi.”
In tanti versi della raccolta è come un incontro mancato con l’altro, il tu che invocato nella notte è il margine amaro del silenzio, l’occasione non restituita in forma di fiore dall’Assenza di confine: “Era d’estate quando ci provai; / saltai quel fosso, poco distante dal cuore / e giù di lì, per quella strada corsi. […] in quel confine dove un fiore / si può amare, senza un tocco”. “(Il ponte non portava a te, né il cuore)”. “Desiderai pattinare nei tuoi occhi / mentre tu chiudevi le imposte”.
Questo è un tu che è chiamato molte volte quasi a testimone della solitudine dell’io poetico, della sua impossibilità di sciogliersi realmente alla luce dell’altro: “Ed io mi crogiolo nell’attesa vana di cercarti / e darti un nome, un barlume nella sera tarda”, o si veda come in quel “Mille e mille volte ancora” di reminiscenza catulliana, a chiusura della poesia "In fondo al cuore a non cercarti", si stabilisca una relazione in termini rovesciati col poeta latino. Laddove, nel carme dei baci, risuonava con furore l’invito a Lesbia a lanciare in un entusiasmo condiviso le briglie del desiderio oltre i lacci delle convenzioni, in questi suoi versi il nostro sembra fare implodere lo straziante ossimoro dell’odi et amo di altro celeberrimo distico in un dissidio irresolubile, ma non per la prepotenza della passione, quanto piuttosto per una mancanza raggelante di convinzione: “Se solo avessi la certezza che amarti / poi bastasse”, tranne poi rivolgere più avanti, quasi a balsamo di un senso di colpa bruciante, una preghiera all’amata per aiutarlo a sciogliere un nodo di sentimenti in lui tutt’altro che inspiegabilmente intrecciati fra loro: “Ma non odiarmi, / come il vento quando ti respinge”. Con un verso di compiaciuta dichiarazione: “Ad amore appartengo”, che apre forse lo spiraglio ad una prospettiva di lettura della solitudine, vissuta in un’ambivalenza di atteggiamento stretto tra questi due versanti poetici, tra l’appartenenza al proprio immaginario e il timore di sparizione dello stesso, tra “Non ho mondo eppure appartengo: / abito l’ultima stanza del mio cuore” e “la bianca parete che nasconde i miei silenzi / agli occhi vuoti della morte”.
Ma la misura del silenzio è anche un fondamentale euritmico della scrittura poetica, come nella musica la misura è un gruppo di note o di pause con una durata definita.
Non può esserci parola, necessità di verso, che non sia sostenuta dallo spazio bianco del silenzio, principio di una partitura scolpita nel respiro del tempo, fonte d’ogni possibile pronunciamento sulla pagina, inaudibile ed ineludibile: “Nessuno lo percepisce – il silenzio – […] come quando d’inverno attecchisce la neve / e non emette lamento”. Il poeta ha cura di ciò che svanisce nel silenzio e di ciò che da esso ci giunge in forma di una folata improvvisa, una foglia raccolta dal vento, una crepa nel muro, “la panchina [che, ndr] immobile mi scruta lungo il viale. “Dovrei aver cura della punteggiatura / del distacco dal bianco / - disunito - / dei silenzi a sfiorare la terra.” Il silenzio che è distacco e ascolto totali nel cuore della notte, abisso di giacenze e di rinvenimenti sprofondati nei ricordi e nell’oblio di ogni memoria, è anche il punto d’incontro de “le terre dei vivi e dei morti”. E’ considerando questa vicinanza al tutto e al niente, è partendo da questo spirito di appartenenza al flusso evanescente della vita e alla memoria vivida della morte, che il poeta può fingersi ortensia, aprirsi a un flusso di esistenza senziente, in cui le varie forme di vite presenti, future o passate, animate e inanimate, s’intrecciano fra loro, fondendosi in una sola sostanza assieme alle  tante manifestazioni vitali del suo essere in un tempo altro, non definito, un tempo senza tempo: “Sono fresia proclamata nella notte”, “Sono polvere, inesorabilmente, / perfino all’ombra, nei sospiri.”, “Sarò fossile nel tuo prato”, “Avrei voluto essere materia leggera”, “sono goccia tua di terra”, “ Sono un quadro sbiancato al sole”.
Dall’inizio della silloge il silenzio si dilata fino a sfiorare e invadere in tante immagini poetiche il campo dell’inesprimibile, ovvero del silenzio da cui non si torna se non in ombra di fiato. E’ lo stupore innominabile, la voce da rinvenire, l’opera che non si può compiere finché si è vivi, da completare altrove: “la lapide, scolpita / da un artista a corto di scalpello”, “i marmi impressi di memorie / (s)traccerebbero la voce / alle pietre sorde”. Qui, in questa dimora del silenzio, le cose, i ricordi, le parvenze del mondo possono essere nominate solo con la lingua del silenzio: solo “le parole simili al silenzio, rendevano l’assenza”.
Il termine “silenzio” è tanto fittamente ricorrente in queste poesie (sia in forma di lemma caratterizzante della raccolta, sia in espressioni attinenti e contigue alla sua sfera semantica: dal fiore che “abbassò la voce / tanto che tacque” ai “taciturni bordi” accanto ai quali le acquietate “paure: provano a far pace / con le ferite”) da indurre il lettore a riflettere su cosa sia in effetti il silenzio: questo silenzio.
Ci sono due versi che aiutano a chiarire qualcosa al riguardo, due versi appartenenti ciascuno a due poesie consecutive della prima sezione, il primo in Due fragili note (“In lontananza s’udiva un silenzio loquace), con significativo ossimoro, il secondo in Ed è silenzio (“Persino i miei silenzi ascolti?”), verso la cui icasticità è sottolineata, qui come pure in altri testi, da un effetto di straniamento del corsivo. Questi versi dicono di un silenzio che parla. Di un silenzio che in quanto parlante può essere udito. Si ricordino “le parole simili al silenzio” e il verso conclusivo di Assonanze, “Si fa tenue il respiro e accoglie il silenzio”. Il respiro, principio essenziale e condizione necessaria della fonazione, è origine del linguaggio e dell’ascolto. Dunque il silenzio parla: il silenzio ci parla: e noi lo ascoltiamo: e da lui siamo ascoltati. Nell’ascolto è l’accoglienza più totale. L’ospitalità è il cuore dell’ascolto, il centro del silenzio sconfinato. Anche mentre tacciamo e lo ascoltiamo, il silenzio ci giunge attraverso il linguaggio.
Nella poesia che reca il titolo Il confine del silenzio l’autore scrive questi versi: “Nessuno lo percepisce – il silenzio - / nessuno scorge la crepa nel muro, / o il vessillo del vento quando / s’accostano le nubi e irradia la pioggia.”
In questa dimensione il silenzio è lo spazio non frequentato, il visibile non scorto, da tutti i parlanti, da coloro che sono tali perché possono pronunciare parola e possono dire anche del suo silenzio. Qui, tuttavia, il silenzio si dice negandosi, parla un linguaggio non affidato alla parola, ma ad una percezione, inespressa e mai pienamente esprimibile. Il silenzio, questo silenzio di cui scriviamo, non è legato ad un’assenza di suoni, ma è qualcosa che viene dal centro di una profonda esperienza col linguaggio: qualcosa che anche quando non si consegna alla parola è comunque rinvenibile, percettibile in altro, in una sorta di linguaggio per accadimenti segreti, non sempre scrutabili nell’aperto della coscienza: una dicitura per segni, anche per ciò che accade al di fuori del nostro cerchio, della capacità e possibilità di farne parola. Il linguaggio delle cose: un linguaggio che chiede ospitalità al nostro.
“Nessuno scorge la crepa nel muro”. Però quel nessuno c’è. Quel nessuno è il poeta. Un nessuno che possiede nel silenzio la scintilla del linguaggio. Questo nessuno in quanto essere parlante può uscire dal silenzio e farci giungere anche la voce delle cose. Ecco che dunque la misura del silenzio è l’essenza stessa del respiro poetico.
La peculiarità della poesia di Cuorvo risiede in una spinta proliferativa di immagini, secondo il procedere del dettato poetico lungo una duplice traiettoria: l’una che introduce squarci del reale dall’esterno all’interno della sensibilità del poeta e l’altra che conduce dal di dentro alla manifestazione verso l’esterno di un’incalzante urgenza espressiva. “La brezza m’intenerisce le guance e lancia / un belato nelle praterie dell’azzurro”; “Il fiore chiedeva di cambiare tono / e il suo grido era fioco alito di vento”, “Se fuori è tempesta, mi comprimo / alla foce dei tuoi sospiri. […] Se fossi qui poserei il cielo nei passi”.
Certo queste due traiettorie non sono rigidi andirivieni, sono anzi un flusso continuo di proliferazione semantica, propria di una versificazione ricca di simboli e di metafore, che attraversa più contesti di decifrazione agli occhi del lettore e, in molti casi, dello stesso poeta, tingendosi sempre più di una enigmaticità precipua, privata e allo stesso tempo condivisibile. Il passaggio dal livello denotativo-connotativo della lingua alla polivalenza del simbolo richiede sempre uno sforzo inesauribile di comprensione da parte del lettore, che sulle tracce dell’autore compie un tentativo di viaggio ermeneutico-emozionale dalla convenzionalità dei codici all’individualità dello scrittore. In molti casi, come in questo di Davide Cuorvo, la musicalità del testo non è solo un’integrazione di senso, ma il viatico per una conoscenza altra della realtà, un procedere nel mondo la cui modalità di adesione al molteplice è stata soppiantata e violata dalla dominanza del pensiero razionalista moderno: una vincolante reductio ad unum.
La poesia intitolata La notte si apre con un simbolo di forte connotazione culturale, l’albatro. La capacità allusiva, plurivalente del simbolo è quasi immediatamente piegata al servizio di un’intenzionalità espressiva, mimetica dello stato d’animo dell’autore. Qui il volatile si svincola subito dal pensante retaggio di simbologia baudelairiana e viene ad acquisire una posizione defilata, appostato in cielo, in un punto non agevolmente concepibile secondo i criteri della geometria, “sugli angoli delle labbra rotonde”, quasi da osservatore tutelare delle sorti di chi è convocato alla presenza della propria notte, tra una fitta rete di metafore e la sapienza degli elementi: “Vorrei che [il vento, ndr] m’insegnasse a cantare la notte”.  E’ sempre in questa poesia che è possibile cogliere in maniera tangibile uno degli esempi più plastici dell’operare secondo le due direzioni di cui ho tentato di dire poco prima. Gli stessi elementi e aspetti della realtà osservati in questi versi della seconda terzina della poesia, che da fuori giungono a contatto con l’inconscio del poeta (“L’inquietudine attraversa la cruna / dell’ago e la pioggia cade dagli alberi dormienti”) subiscono più avanti un’alterazione semantico-emotiva, nel senso di una proiezione verso l’esterno, che li porta ad assumere una pregnanza inquieta, fortemente metaforica, con una drammatizzazione espressionistica in quegli arbusti di lacrime (“La notte è una fronte dove gemono i sogni / con gli arbusti di lacrime e i fiori a novembre”).

                                                                                                 RAFFAELE SCHETTINO






IL CONFINE DEL SILENZIO

Ho conosciuto il silenzio rintanato
nell’ombra, dopo le risa chiassose dietro
le case. Nessuno lo percepisce  - il silenzio -
nessuno scorge la crepa nel muro,
o il vessillo del vento quando
s’accostano le nubi e irradia la pioggia.
C’è solo l’insonnia a tramare in agguato.
Per questo mi astengo dal centro del mondo,
sa di amaro quel posto.
Approdo ad ogni notte con pagine vuote,
come quando d’inverno attecchisce la neve
e non emette lamento.
Rimango illuso a delimitare il mio passo,
a prosciugare i minuti, evitando il rumore.
Senza accorgermene definisco i dinieghi,
poggio un guanto ai singhiozzi.

*

L’ASSENZA

Incalza la notte e più il tormento
m’assilla.
Hanno scarpe consumate, i giorni
affacciati al balcone, stanchi del viaggio.
Mi assistono le pareti. Mi comprendono talvolta.
Non nascondo i buchi
nelle suole, la fuliggine nei capelli.
Mi sorreggono, sotto i tetti che non odo
pronunciare, e le case, e i sospiri. E l’ultimo
scorcio di cielo. Ho perduto appartenenza.
C’è un latrato dirimpetto al silenzio.
Come al crepuscolo, quando non è sera e la nebbia
accondiscende al mio tacere.
Vivo al fondo dei respiri, come schiavo.
Non ho mondo eppure appartengo:
abito l’ultima stanza del mio cuore.

*

LA NOTTE

L’albatro può finalmente appostarsi
nel cielo, sugli angoli delle labbra rotonde.

Nella notte secca è la luna che brucia
il respiro. L’inquietudine attraversa la cruna
dell’ago e la pioggia cade dagli alberi dormienti.

Perché piange l’alba non saprei spiegarlo.
La brezza m’intenerisce le guance e lancia
un belato nelle praterie dell’azzurro.

Nella notte non è mai un numero il cuore
ma un paesaggio e la sua ombra,
una chitarra dove gli uccelli riposano.

La notte è una fronte dove gemono i sogni
con gli arbusti di lacrime e i fiori a novembre.
E’ una spalla ancorata alla pietra
senza curve nell’acqua, né penombre ghiacciate.

Di notte vedo il vento correre incontro alle onde
abbassando le braccia e calcando la rena.

Vorrei che m’insegnasse a cantare la notte.

DAVIDE CUORVO



Davide Cuorvo
Raffaele Schettino













domenica 18 marzo 2018

L'ORFANOTROFIO - Racconto di Giuliano Brenna







Ho vissuto i primi anni della mia vita in un piccolo orfanotrofio di provincia, una casa modesta circondata da prati senza fissa dimora e terreni incolti, nonostante ciò la cosa più incolta dei dintorni era proprio quella casa. Ci abitavano, con uno spirito di stagnante provvisorietà, oltre a me, i miei genitori e mio fratello, tutti orfani, gli uni degli altri. I giorni trascorrevano lenti, privi di agilità, come un vecchio maglione infeltrito quasi impresentabile, molto pesante ma incapace di riscaldare. Il capo dell’orfanotrofio era – indiscutibilmente – mio padre, anche perché il più capace di conservare e preservare l’assenza di rapporti fra i vari membri del piccolo gruppo. Egli non aveva stabilito regole, perché il solo fatto di pensarle avrebbe significato prendere in considerazione l’altro, attribuirgli una presenza che non si riteneva possibile, o tollerabile. Alla fine l’unica regola, appresa per esperienza e per sopravvivenza, fu quella di scomparire. Non è facile scomparire fra tre locali angusti e un interminabile corridoio, simbolo della casa stessa: entri e percorri un lungo cammino senza andare in alcun posto. Cominciai a mimetizzarmi fra le poltrone, dietro una porta, talvolta sotto al letto. Trattenendo il fiato, per non farmi sentire, più spesso trattenendo i pensieri, prodotto pernicioso che avrebbe potuto turbare l’angusta stabilità dell’augusto consesso. L’unica via di fuga verso l’esterno era rappresentata dalle finestre, velate da tende, come sudari stesi su desideri in fin di vita, dietro le quali mi veniva concesso di sostare, come un monito. Le osservazioni del mondo esterno, fatte senza poter essere visto, accentuando una invisibilità che piano piano mi divorava, erano spesso accompagnate da autentiche lezioni di vita, durante le quali mi venivano additati - come mirabili esempi - monelli senza fantasia e senza storia, ma considerati, chissà perché, alla stregua di eroi spartiati. Ed io pensavo che se quelle nullità godevano di sì tanto prestigio agli occhi dei miei genitori, tutta l’enormità che mi portavo nel petto doveva essere cosa ben nefasta ed impresentabile. A punteggiare di vivacità le giornate ci pensava spesso mio fratello, con spaventosi sfoghi di acredine verso chi gli aveva sottratto chissà quali immensi tesori, mi vedeva e combatteva come si fa con un usurpatore. Ma siccome nulla vi era da usurpare – tutt’al più da restituire – il povero usurpatore si disfaceva egli stesso, riempiendosi di nulla, nel nulla si tramutava, avviluppato in spire di pensieri di dissolvenza nutriti a piene mani dal sedicente usurpato.

Oltre alla consegna all’inesistenza, vi erano regole “minori” che venivano applicate con ferrea intransigenza, corollari, ma più corone di spine, della regola della dissolvenza. Una di queste era la regola del fuori posto, ovvero, visto che comunque, malgrado gli sforzi congiunti degli altri abitanti dell’orfanotrofio mi ostinavo a non scomparire, dovevo almeno sapere – essere consapevole e certo - che dovunque mi collocassi non ero mai al posto giusto. E quindi ero perennemente o troppo grande o troppo piccolo, quasi una Alice schizofrenica e prigioniera delle pozioni, ero sempre troppo grande quando cercavo l’innocenza fanciullesca, troppo piccolo quando mi sforzavo di tenere il capo dritto e muovere qualche passo. Naturalmente questa indecisione, tenendomi occupato perennemente nel capire di fatto che età avessi, mi distoglieva da altri interessi, infatti ero spesso definito incapace di fare qualunque cosa, “imbranato” era forse il più bel complimento, almeno aveva un bel suono, meglio delle occhiate cariche di compassione, o di scherno, se attaccavo una figurina storta, o facevo un disegno che ben poco aveva del michelangiolesco. Per lunghi anni sono stato sinceramente stupito, del fatto che molti adulti mostrano compiaciuti i disegni dei propri figli in tenera età, i miei venivano perlopiù classificati come scarabocchi e gettati nel cestino della carta ancor prima che avessi avuto il modo di cominciarli.
Comunque anche io talvolta ci mettevo del mio ad incupire la gelida armonia che regnava nella casetta, talvolta osavo, preso da chissà quale senso di me, alzare la voce, o addirittura ridere, probabilmente avevo dei problemi seri davvero, anzi, a un certo punto iniziai a immaginare un mondo nuovo, con un linguaggio “parallelo”, che gettò nella costernazione più nera i miei conviventi. Non era proprio pensabile che la fantasia potesse apparire coi suoi colori in un film muto ed in bianco e nero, forse colpa di quei maledetti ed inutili libri che raramente mi capitavano fra le mani e letteralmente respiravo a pieni polmoni, in cerca di ossigeno, chiuso nella mia cameretta densa di gas soporiferi, e letali; forse bastava un mondo fatto di figurine ritagliate e casette, di carta ma in cui era possibile abitare, per riuscire ad arrivare al giorno seguente.

Viste tutte le mie malefatte, periodicamente venivano istituite le sedute per aggiornare il processo in corso a mio carico, le accuse erano davvero terribili, e sinceramente non sapevo come discolparmi, finendo di sentirmi colpevole in modo pieno e totale prima ancora che il verdetto venisse formulato, talvolta ancor prima del processo. Durante il processo mi veniva per esempio chiesto di rendere conto di cosa stessi dicendo quella volta che ero stato visto parlare con un amico a un angolo di niente, o perché mi era saltato in mente di ridere mentre camminavo tornando da scuola.
Col passare degli anni notai una spinta all’interno del petto, che si irradiava minacciosa verso i lombi e il ventre, in sogno andai a cercare di cosa si trattava e vidi uno strano bocciolo, come di un fiore che attenda di schiudersi. Sicuramente un altro dei miei misfatti, e certamente da estirpare. Sfidando le divinità e la sorte, decisi di tenermi quel piccolo segreto, lo imbalsamai e lo fasciai stretto, per poterlo riporre in un luogo che avevo costruito, tra l’anima e la mente, una stanzetta semplice, alla quale, nella fretta ed imperizia di costruttore improvvisato, avevo dimenticato di fare porte e finestre.
Un assurdo giorno di primavera giunse il giorno della fine del processo, bisognava esprimere il verdetto definitivo e con esso la condanna. Ma considerato talmente inutile da non essere neanche meritevole di un pensiero articolato, venni invitato a scrivere la mia condanna da solo, sotto dettatura da dietro una parete, donandomi così l’illusione di una certa autonomia dopo tanti anni, ma il dono era avvelenato, conteneva la mia terribile condanna che ignaro, inesperto e in buona fede scrissi, firmai e controfirmai con ampi svolazzi.
Così un giorno lasciai l’orfanotrofio. Qualche volta ci torno ancora per qualche visita inamidata, ma ogni volta che varco la soglia una cappa nera torna ad avvolgermi, le belle occasioni scoppiano come sfere di cristallo sotto la grandine, il sale delle lacrime torna a circolare nelle mie vene. E torna a tormentarmi l’unica parola che avrei dovuto dire ma che sottili legami, perfidie psicologiche e tranelli sentimentali, mi rendevano impronunciabile: “Perché?”

GIULIANO BRENNA




Pubblicato su L’area di Broca, n. 104-105 (luglio 2016 - giugno 2017): Solitudini.




Giuliano Brenna


mercoledì 21 febbraio 2018

Conferenza Stampa - IV edizione 2018 - Premio Nazionale di Poesia e Narrativa “Città di Conza della Campania”




Sede Associazione Pabulum - Avellino
Locandina 
Premio "Città di Conza"





















Sabato 24 febbraio p.v. alle ore 11:00, presso la sede dell’Associazione Pabulum di Avellino (Piazza Aldo Moro, 12 – ex Piazza D’Armi), si terrà la Conferenza Stampa di presentazione della quarta edizione dell’ormai acclarato Premio Letterario Nazionale riservato alle scritture poetiche e intitolato alla Città di Conza della Campania, a cui seguirà un buffet.
Gli organizzatori dell’evento incontreranno giornalisti, critici ed autorità. Presenzieranno alla Conferenza il Prof. Armando Saveriano, il giovane poeta Davide Cuorvo, il giudice-poeta Gennaro Iannarone, il notaio Edgardo Pesiri, il critico Alessandro Di Napoli, la Presidente della Pro Loco “Compsa” Antonia Petrozzino, il Presidente dell’UNPLI Campania Prof. Mario Perrotti.
Armando Saveriano, fondatore e presidente dell’Associazione Culturale “Logopea”, primum movens dell’iniziativa, traccerà un breve percorso sugli attuali sbocchi della Poesia, sull’importanza evolutiva dei suoi linguaggi e sugli esiti delle multifunzionalità. Davide Cuorvo, organizzatore della I, II e III edizione del Premio, ricorderà il valore e le finalità dell’inserimento dei “Lauri”, oltre a puntualizzare le valenze del Certamen nell’ambito giovanile. Edgardo Pesiri, sempre sensibile alle iniziative culturali che testimonino le risorse creative del territorio, interverrà in merito alla valenza dell’iniziativa ambientata a Conza della Campania. Gennaro Iannarone ed Alessandro Di Napoli, new entry di quest’anno in Giuria, esporranno i criteri di valutazione e le aspettative generali. Antonia Petrozzino, nota come Antonella, sottolineerà l’importanza della ricaduta del Premio in termini di promozione territoriale. Mario Perrotti si soffermerà sulla rilevanza della cultura per combattere il degrado sociale dei nostri territori e del patrocinio che l’UNPLI dà alle Pro Loco affinché operino per tutelare e promuovere la stessa.
Interverranno al tavolo anche la giornalista de “Il Quotidiano del Sud” Vera Mocella (la quale sarà anche moderatrice), il dott. Pasquale Luca Nacca (amministratore del gruppo fb: “Gruppo degli artisti irpini”), l’architetto Michele Carluccio, l’illustratore Alessandro Di Blasi, i poeti Raffaele Della Fera, Raffaele Stella, Agostina Spagnuolo, Antonio Califano, Rosa Mannetta, Marciano Casale.
Con l’auspicio che questa quarta edizione confermi la qualità e il successo dell’iniziativa e schiuda le porte di un’età dell’oro intellettuale a beneficio dell’intellighentia culturale del posto, e dell’intera nostra Irpinia, sotto l’egida del motto virgiliano “Paulo maiora canamus”, quando il Poeta si rivolge alle Muse siciliane di Teocrito per propiziarsi la facondia e l’armonia nelle ecloghe che verranno e il buon accoglimento loro presso il pubblico degli intenditori.

LOGOPEA




Il Prof. Armando Saveriano
Il poeta Davide Cuorvo














Il giudice-poeta
Gennaro Iannarone
Il notaio Edgardo Pesiri















Il critico Alessandro Di Napoli
La Presidente della Pro Loco Compsa
Antonella Petrozzino















Il Presidente dell'UNPLI Campania
Prof. Mario Perrotti
La giornalista Vera Mocella