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venerdì 24 giugno 2016

UOMINI NUDI - Racconto di Paolo Giannattasio






Uomini nudi senza fame, volteggiano fermi in stati di vomito, distanti a palmi, in assenza di vuoto, tenuti a funi fissate alle vene. Immobili come noci e rigidi nei fianchi desiderano un soffio che li faccia vibrare. Aspettano in silenzio, fissando il vuoto, assoluzioni che daranno nuova luce. Qualcuno, di voce in voce, ha promesso gloria di carne e amore. E loro, con sensazioni opache, si lasciano contemplare, da chi non ha il coraggio di imitare. Osservi ebete il nudo umano e giuri di non aver mai visto un uomo penzoloni, con la testa rivolta al terreno e il cuore in ballo. Un fremito percorre e anima i nudi appesi, che si liberano come aquiloni senza filo e tendono all’aria. Si dimenano perversi, con barba fatta e lingua umida ai lati. Sono feroci amanti di se stessi, eroticamente insani, godono come fili di saliva senza fine. Tesi e senza fiato si fronteggiano con pollice sempre verso. Negano a se stessi e a chi gli tiene il mondo. Negano a chi merita e spinge. Negano, a chi non si dà pace. Negano, perché godono. Sono i padri del no e del perdono finto, e nascosti nel buio anelano assenso sicuro e gioia. Sono steli di luce inutile e puzzano di amaro. Nudi come il mare e tesi come un uovo, trascinano al primo palo ossa miste a carne, placando infine le caviglie con funi di canapa e sputi. Penzolano, in attesa del movimento erotico. Senza peli e orbi di cuore, sperano di volteggiare ancora come quando cadevano affranti dietro ad ogni bacio di puttana, carezzando se stessi alla fermata di un bus e dentro il primo ascensore senza peccato, senza colpa, senza sostegno.
Uomini nudi che ho sempre amato. Minimi e docili, come vecchiette in chiesa. Onesti a quanto pare, con punte di un odio ragionato. Uomini senza ardore, vestiti di elettronica fumante, si spogliano al richiamo dell’erotica impalata e si lasciano succhiare i gesti mimando amplessi muti e falsi. Uomini senza vergogna: venderebbero se stessi al primo offerente nano, senza riserve, senza ascoltare, solo godere e niente volere. Uomini nudi alzano mani a dare segni. Si fanno notare gli affranti! Vogliono anche loro una parte nel gioco dei migliori. Ognuno ha una locazione definita e chiara. Io qui, tu lì, noi sopra e quegli altri in basso. Uomini nudi si dispongono. Nudi e senza peli, unghia di ogni piede a zero, capelli mai perché fanno paura; oggetti in mano, colmi di lattice, occhi di vetro senz’acqua, ansie di carta, luci capovolte e marmi di fuoco. Uomini che tentano, che vogliono imitare se stessi senza colpe antiche. Uomini che mancano perché fuggiti da luoghi dove li hanno derisi e sfatti. Hai un pantalone e una camicia: sei padrone di agitarti fino allo sdegno. Basta poco, e ti ritrovi infame in una scarpa di vernice, nei colori abbinati, dietro un bicchiere di acqua colorata e fingi smorfie di fatto inutili e nel tempo sterili, perché tutto scorre e qualcosa dovrai pur fare mentre stringi il vetro e tieni il passo con l’alluce nascosto. Irrigidisci allo specchio, perché sei tu il pagliaccio vestito a festa di fianco al divano; rotei di un grado e sei sempre uguale. Fesso e bastardo. Unico e tipico. Ti piangi nelle mutande e pensi di essere il solo. Poi ti volti e immagini una verità che non quadra perché la risposta è chiara, e ti spaventa. Sì, è così, siete tutti uguali in quelle scarpe di vernice che puzzano d’uovo. Tutti, come carne da macello, in cerca del migliore marchio da farsi tatuare. Ricordi la leggenda degli uomini nudi che godono guardando al contrario. Ricordi e speri di poterci arrivare a quell’attimo che ti renderà unico, nell’immenso gioco dell’ardore. Uomini nudi ti osservano e tu lasci fare. Speri ti accettino. Speri ti diano fune, saliva e palo per accordare una volta sola il tuo ingresso nel penzolare umano. Uomini nudi si annientano, frustati dal vento, sbattuti dai sensi. Crepano d’invidia nei ricordi e restano seri nelle viscere e comici nei disagi. Aspettano il consenso per strappare. Si lasceranno sfuggire e cadere, una faccia toccherà il terreno, serena, placata, senza dimenarsi, come un lampione a mille luci tutte orribili, come le gambe intrecciate dei ballerini circensi, come un fiato in affanno, come l’olio che non scende, come le corde che non spingono. Uomini nudi ancora in ballo, si accalcano, la fila è docile, ognuno un desiderio; cercano approcci, frigoriferi pieni, sorrisi diversi, antenne di contrabbando, short americani, birre di ghiaccio, camionisti arrapati, donne che pregano, cani pisciati, custodi monchi e il solito faro. Uomini nudi d’orgoglio, ma con cappotto. Uomini nudi d’amore, ma sempre on line. Uomini nudi di rispetto, ma sempre in fila ai fast food. Uomini che han perso tutto, tranne i peli sulle orecchie. Uomini che sorseggiano acqua per vino, divertendosi agli incontri di parenti. Uomini morbidi, con pochi spiccioli: tintinnano una ragione, gonfiando petti villosi e marci. Hanno mille voci per incoraggiarsi; con lo sforzo di un corsaro raddoppiano la propria altezza e spaventano gli uguali. Vecchi, lerci e mezzi scemi. Vogliono soffiare sempre sulle stesse candeline anche quando il fumo non è più compreso, anche quando il fiato ormai è andato.
Uomo contro uomo, nudo contro nudo, un miscuglio di carne vascolare, spinge, corre spaventata e dritta. È una dei mille grovigli che non vede luce e segue la voce di padri antichi, come se tutto fosse un segno positivo. Navigando senza pretese, ormeggiando a piccole dosi, arrivi al finale della tua vita, strisciando come il corso d’acqua che bevevi e assaporavi, mettendo in fila orgasmi vis à vis a pelle sfregiata. Dosi di ricordi fanno strada. Attimi, inutili e perversi, affollano la mente. Eri uno dei barbari pelati, nella fitta mischia di cromatina e pelli mistiche, in corpi tagliati a bisturi. Eri vivace e pieno di nicotina annaspata a tratti; ostaggio di vortici zeppi di donne, in preda a smalti acuti e protesi rubate. Eri umano in un modo osceno e non pesavi le tue paure. Sei rimasto nudo senza peli e voglia. Appeso, convinto che d’istinto qualcuno ti avesse glorificato di carne e amore. Ti hanno fottuto la natura semplice e sincera dei sorrisi. Sei schiacciato a pedate, assestate con garbo, lentamente, per tentare l’alloggio della tua persona. Speravi che una fune facesse quello che la tua anima non poteva e che l’osceno fosse il profilo più onesto. L’unica verità è che hai pregato male il Dio sbagliato e le tue scarpe di vernice, adesso, sono più oneste di un filo di saliva che bava. Fatti guardare dentro e scava nei punti giusti. Vedrai che le tue carni gioiranno se c’è un dolore: è sempre godimento, anche se dal lato opposto. La tua furia cadrà nel bianco che annienta i colori e tutto sarà perfetto. Vivace, con occhi in croce, ricorda il penzolare e trova un senso onesto da poter articolare.
La fune è rigida. L’uomo nudo. Il resto mente. Metti una mano e spingi ancora i tuoi fermenti.

                                                                                                PAOLO GIANNATTASIO




domenica 10 aprile 2016

ADELMO - Racconto di Paolo Giannattasio





Ho un volto e delle mani. Orecchie sì, anche quelle. Guardo, scruto e memorizzo. Provo a decifrare e resto teso. Mi sorprendo quando qualcuno non capisce e pensa che io sia un pagliaccio. Faccio un segno piccolo e spero nella comprensione altrui. E quasi mai incontro esseri capaci di sensibilità e amorevolezza. Mi perdo nelle diverse anime del mio cuore quando il canale comunicativo è ormai appiattito. Sono come un uccello con le ali che non vola. Come la punta di una penna carica d’inchiostro che non scrive. Non c’è parola che possa descrivere il mio essere. Neanche se la spiegazione la portassi penzoloni al collo, capirebbero, quelli, intontiti dalle parole. Ci sono solo silenzi, segni e distanze perpetue per me. Nulla che possa ascoltare. Questo è il mio verbo.
So volteggiare nell’aria e guardarmi allo specchio. Tocco la punta dei miei piedi anche solo con il pensiero. Sento il battito del mio cuore e tutte le emozioni. Sento delle cose che non so spiegare. Sento e non sono le cose che voi ascoltate. L’orecchio è eterno e forse musicale; ma purtroppo la via è sbarrata e non passa proprio niente.
Gioco, palla, nascondino, ansia, fiatone, cono gelato, pantaloncino, erba del prato, ginocchia sbucciate, comodino con foto, ossa allungate, mamma che abbraccia, capelli da pazzo, occhiali dorati, mani unte, piedi neri, labbro che pronuncia, scarpa perduta, papà che legge, colore del cielo, mare che bagna, spiaggia serena, macchina ferma, labbro che sorride, vigile bianco, albero giù, pioggia di casa, rientri imprevisti, pomelli d’ottone, luce davanti, macchie di vita, libri distanti, forza nascente, muro, cuore, ansia, fumo, calza, stima, sensazione, rima, oggetti toccati e solite cose.
Tutto un flusso di azioni vissute. Toccate. Osservate. Distrutte. Pulite. Segnate. Sparite. Mai ascoltate. Mai parlate.
Mi chiamo Adelmo e sono sordo e anche muto. Sono sempre stato Adelmo. E sempre sarò sordo e anche muto. Un sordomuto che sbraita a suo modo senza vergognarsi.
Non scopri di essere sordomuto. Non è come quando ti ritrovi una specie di barba sul pene all’improvviso. O quando dalle ascelle cominciano a spuntare i primi peli. No. Quelli sono cambiamenti naturali che si presentano allo specchio o sotto la doccia con un lento preavviso. Perché un’idea della crescita te la sei già fatta guardando gli adulti.
Da bambino, era come se qualcuno avesse schiacciato il tasto mute, sul telecomando delle mie funzioni fisiche e aspettavo solo che poi si ricordasse di rifare la stessa azione e restituirmi la parola. È un’illuminazione improvvisa. Comprendi in un attimo che la tua strada è diversa e che esistono altre cose che puoi sviluppare e vivere. Anche senza parola. Anche senza ascoltare. Perché ognuno trova una via per comunicare. Anche uno come me.
Io comunico sì, ma come mi pare. So fare gesti ed anche segnali. Penso a una parola e poi ne penso due e poi ancora e ancora. Parole che non posso pronunciare e che per me non hanno suono. Poi penso alla musica. E a ogni parola accosto la mia musica. Una musica per vocale. Una musica per consonante. Una musica, per ogni singolo stato d’animo. Un suono. Due suoni. Tre suoni. Un non suono e uno. Un non suono e due. Un non suono e tre.

Amo la musica, ma non posso ascoltarla. Amo la musica e con essa parlo, mi descrivo, mi sostengo e faccio finta di essere normale, di avere voce e poterla usare. Ho messo al primo posto l’amore. Quello per cui uno sguardo dice tutto e non servono parole. L’amore era l’unica cura che avevo sempre cercato. Il perdersi ostentatamente negli occhi di una sconosciuta all’uscita di un bar o davanti alle vetrine di un coiffeur pensando e sperando di poterla amare più di come il migliore amante abbia mai amato prima di te.
Passeggio spesso e ben volentieri. Osservo le persone, ne scruto le movenze e per ognuno trovo un soprannome.
Sig. nasone, la donna barbuta, zia puzzona, sorella racchia e tizio zazzera. 
Passeggio sempre e vado soprattutto alla ricerca del bello. Colgo un profumo, appunto una rima nel mio taccuino, mi godo un raggio di sole mezzo pronunciato e trovo piacere nelle mie piccole cose. E tra un gesto e l’altro d’improvviso la vidi.
Una ragazza che passeggiava muovendo le labbra, tutta sola, al ritmo di una musica mentale. Fu amore eterno, pacifico, umano, onesto, dirompente di gioia e ansia. Fu amore invano, assente, vuoto, osceno, nudo e poetico. Fu amore come se fosse da sempre. Era lei, che avevo sempre amato. Lei nei miei sogni ad occhi aperti. Lei che sorride ogni notte e che non ritrovo mai nella realtà. Lei che sembra finta, e invece è lì che canticchia una musica a memoria e sorride, fiera, mentre osserva la vetrina di una libreria. Resta così. Non ti muovere!
Fatti osservare ancora un po’, te ne prego. Lascia che memorizzi ogni misura del tuo corpo. Lascia che la mia anima tenda alla tua. Lasciati a me. Ti curo io.

Mi avvicinai lentamente senza mai perdere le sue labbra dalla mia vista. Le avrei dato tutto me stesso in quello stesso istante. Se mi avesse chiesto il cuore, lo avrei strappato dal mio petto e posto nelle sue mani rosee. Sentivo sensazioni nuove, che mai, avevo provato prima. Mi sentivo gioioso e allo stesso tempo terribilmente solo. Ero pazzo di gioia e intontito dai sentimenti e triste per la mia limitazione verbale. Avrei voluto dirle cosa provavo e sperare nel suo reciproco amore; ma non potevo e la cosa mi fece perdere, da subito, il sorriso.
Posso leggere le labbra di una persona. Mi basta osservare la scansione delle parole ed è quasi come ascoltarla. Osservavo le sue labbra e riuscivo a musicare nella mia testa i versi, e quelle parole diventavano le nostre. Leggo spesso e poi memorizzo i testi delle canzoni, di cui però non conosco la musica. E allora la invento e muovo la testa come se fossi a un concerto solo mio, dove il cantante e lo spettatore sono un’unica cosa.
Era come se lei parlasse con me, ma da lontano, senza vedermi. Ed io cantavo con lei.
La mia idea romantica, il mio sogno di paglia. La ragazza sconosciuta non si era accorta della mia insistenza “occhiuta”, non sapeva chi fossi, non mi ascoltava. E come darle torto poi; in fondo ero uno dei tanti sguardi che la accompagnavano lungo il suo cammino, in quella affollata via del centro. Se lei avesse visto le mie labbra, se avesse notato come si muovevano all’unisono con le sue. Allora sì, allora non sarei diventato lo sguardo fra tanti e lei mi avrebbe finalmente visto. Forse sarei stato l’unico che, guardandola, avrebbe parlato con le sue parole, anche se le mie, l’ho detto, erano mute.

Non avevo speranza alcuna di poter avvicinare il mio amore, non sapevo come fare. Continuavo a seguirla con lo sguardo, ma ormai non cantavo più e le mie labbra erano tese e il mio sguardo triste. Si allontanò e sparì tra la folla fragorosa di quella domenica mattina. Ecco il dolore. Ecco l’ansia, la solitudine che annienta. Senza parole e senza amore.
Fu allora che pensai alla musica, non come verso, ma come sostituto della parola. Della parola che non potevo avere. Pensai allo strumento che avevo sempre amato e sognato un giorno di poter suonare: il clarinetto. Ero sicuro che l’idea della musica potesse funzionare, semmai fossi riuscito a ritrovarla. Le avrei dedicato il mio amore con la voce dello strumento.
Acquistai il mio primo clarinetto in si bemolle e corsi a casa. La prima cosa era imparare qualche nota romantica e correre da lei per suonarle la mia dichiarazione. Sarei rimasto davanti alla libreria, la domenica successiva, nella speranza che lei passasse di nuovo di lì. Il giorno del nostro possibile incontro si avvicinava e la mia mano tremante non riusciva più a suonare. Ormai avevo quasi rinunciato ad andare da lei e speravo che la domenica non arrivasse più, per non ammettere di averla persa senza mai averla avuta. La domenica arrivò ed io restai chiuso in camera, in attesa di qualcosa. A un certo punto mi alzai e decisi di andare a pattugliare quella benedetta libreria. Presi il clarinetto, m’incamminai. Ero teso e i miei passi impauriti. Arrivai davanti alla vetrina che mi aveva visto amante senza unione e restai fermo a lungo in attesa di vederla. Fissavo il clarinetto sperando di riuscire a suonarlo come avrei voluto. Un senso di oscuro smarrimento mi assaliva. I dubbi mi divoravano il cervello. E se fosse arrivata con qualcuno? Il fidanzato magari, oppure un’amica? Che cosa avrei fatto? Quanta ansia. Se questo è l’amore, allora è meglio non amare! Troppi spasmi. Troppi tuffi al cuore. 
Mentre valutavo se perseguire la strada dell’amante solitario, l’occhio sinistro comunicò qualcosa al cervello, che girava vorticoso con i miei dubbi. Era lei, proprio lei che arrivava dal fondo della strada, da sola, come sempre. Sudavo ed ero pronto a scappare per la paura. Poi mi feci coraggio, attraversai la strada e le andai incontro. Era a pochi metri da me ed io portai alla bocca il clarinetto e cominciai a suonare, ma capii che uscivano solo sbuffi e note senza senso. Non riuscivo a calmarmi, il battito accelerato del cuore mi faceva tremare e sudare. Basta, mi fermai e alzando lo sguardo vidi che lei mi stava fissando come spaesata: non riusciva a comprendere cosa volessi. Immaginai di aver suonato talmente male che lei, poverina, non riusciva a dire niente. Poi la ragazza alzò le mani e portandole a mezz’aria fece dei segni che conoscevo bene e capii qualcosa che mi fece sorridere. Mi disse, con le mani, <<scusa ma non posso sentire, sono sordomuta>> ed io, lasciando cadere il clarinetto, le dissi, sempre con le mani, <<anch’io!>>.
Ci sorridemmo e spalla a spalla, ci avviamo lungo la strada, fissandoci negli occhi.
Io sono Adelmo e sono sordomuto. La donna che amo si chiama Anna ed è sordomuta.
Oggi passeggiamo e cantiamo le nostre canzoni solo con le labbra e questo ci fa sentire liberi da ogni limite.
La musica di Adelmo non ha note, ma solo segni.


PAOLO GIANNATTASIO





domenica 21 febbraio 2016

MI RACCONTA UN RACCONTO








GIULIA

Cresciuta a schiaffi e imprecazioni, la piccola Giulia ha pochi spazi per sé e troppe domande da fare alla vita, a chi l’ha messa al mondo e poi abbandonata, all’uomo cattivo dei suoi incubi che la tormenta tutte le notti, alla zia che l’ha adottata, alla sua faccia tormentata e triste di malattia acuta. Epilettica, stonata, sempre triste, fa pause lunghe tra le parole che pronuncia, fissando l’orologio nella sala d’attesa del reparto pediatria.
Composta sulla panca e con la schiena dritta. Resta ferma la bambina. C’è un uomo, in camice bianco, che ogni giorno le regala una caramella. E lei ritorna puntuale ogni mattina perché di quel dolce dottore non può fare a meno. Come non può rinunciare a quell’ospedale, alle camere, ai corridoi, alle barelle sempre piene, al rumore dei distributori di caffè, alle guardie che sorvegliano l’ingresso, ai pasti caldi con tanto formaggio, all’infermiere Mario e alla caposala di Pavia. Giulia deve stare ferma in quell’edificio quadrato e bianco perché la zia è morta e lei non ha più nessuno. La piccola è rimasta in corsia per due giorni, sperando che la povera vecchina si salvasse. Poi la zia lascia questo mondo e lei perde la sua libertà. Da ormai due mesi Giulia vive in quell’ospedale. È in attesa che qualche parente si ricordi di lei o che il giudice la affidi a una nuova famiglia.
Dorme in una piccola stanza ricavata dal ripostiglio di un vecchio ufficio al primo piano. Piccolo il comodino. Piccoli l’armadio, il tappeto, la seggiola e le pantofole colorate. C’è un letto di misure incerte, che pende da un lato. Nessuna finestra a fare luce. Solo un brutto neon.   
Ha pochi ricordi dei genitori. La sua memoria li ha cancellati senza volere. La zia diceva che erano morti in un incidente d’auto. Tentava, poverina, di alleggerire il peso del dolore alla bambina. Perché una verità atroce c’è. E per Giulia non è il momento di affrontarla. Genitori spariti. Stesi in sacchi neri della polizia. Genitori dediti al gioco del coltello. Pugnalo io. Pugnali tu. E poi non pugnalano più.   
Giulia adesso non parla perché si rifiuta. Forse uno schiaffo l’ha ammutolita. E solo sgranando gli occhi riesce a farsi capire. Rotea le pupille per una carezza o piange con una sola lacrima per farsi abbracciare. Piccola e indifesa, sembra un ramoscello calpestato con cura. Proprio col piacere di fare del male.
Giulia di dolore ne ha fin troppo. Potrebbe venderlo al mercato o spacciarlo a pacchetti. E gliene resterebbe una scorta tale da colmare interi serbatoi.
Odio a fette. Odio bucato. Odio diviso da altro odio. In Giulia c’è una variegata dose d’ansia per tutte le ragioni negative di questo mondo. Picchiata, sì. Abusata, sì. Abbandonata, sì. Cose che non dovrebbero toccare una bambina e che invece la piegano fino a spegnerle il sorriso e lacerare la parola.
Povera Giulia, vittima di genitori che non frenano gli istinti. Vittima di vigliacchi adulteri e indemoniati. Vittima di chi non l’ha mai voluta. E lei ogni giorno lì in piedi a ricordare che esisteva con un sorriso semplice tenuto su da due buffe guance.
Loro non vedono Giulia. Questi genitori non la vedranno mai. E si arrabbiano se lei si fa notare. Hanno mani sempre tese che non carezzano. Hanno solo epiteti che offendono. E mai una parola che possa essere d’amore.
Poi arriva la zia. E vende la casa assieme ai mobili. Dei genitori di Giulia restano poche foto, alcuni reperti raccolti dalla polizia e una pianta con petali viola.
Giulia vive con la zia e resta seria. Non sorride più la piccola. Non si è ancora ripresa. Sì, perché lei il gioco dei coltelli lo conosceva bene. Tutte le sere, dopo cena, era quello il passatempo preferito dei suoi genitori che la facevano assistere senza problemi. Per imparare. Così un domani avrebbe potuto sistemare il marito con pochi sforzi. A modo loro, le stavano insegnando qualcosa.
Giulia ha osservato il gioco con attenzione. Ha colto ogni mossa dei due avversari. Fino alla fine. Quando il sangue a schizzi le ha sporcato il vestitino profumato.
Giulia non odia i coltelli ma chi li impugna. È convinta che per ogni cosa ci sia un posto. E un coltello va custodito nel ceppo o in un cassetto. Il fianco della madre no. Quella non era la custodia adatta. E sembra che anche la madre ne fosse convinta; ma quando se n’è accorta ormai, era troppo tardi per reclamare.
I corpi si afflosciano e Giulia li osserva. A fatica cerca di accostarli senza riuscirci. Allora prova a sfilare quei coltelli, ma è impossibile. Si stende in mezzo ai genitori, come se fossero nel loro letto. Si addormenta sperando che al risveglio tutto quel sangue sia sparito.
Via i coltelli. Via le urla. Passa la notte, ma il buio non cancella nulla.
All’alba qualcuno la sveglia e prendendola in braccio la porta via. È un uomo alto che le sorride. La abbraccia in una copertina di lana. Giulia beve qualcosa di caldo e si lascia accarezzare il viso ancora teso.
Spera che quell’uomo sia il regista di un film immaginario che adesso richiamerà in scena i suoi genitori per recitare ancora.
“Lei non sa e non lo dovrà mai sapere” ripete a memoria sua zia quando viene a prenderla. Convinta di poter custodire il segreto all’infinito. O aspettare l’età giusta per dirle tutta la verità. Perché il trauma azzererà i ricordi di Giulia per molto tempo. E poi torneranno lentamente e sarà nuovo dolore.
Morta la zia, sparito il segreto. Adesso resta una panchetta fredda e la caramella quotidiana. Si accontenta Giulia. Qui nessuno urla o la picchia. Non ci sono nemici da cui nascondersi. Può sentirsi sicura. Il gioco dei coltelli è ormai lontano.
Troveranno una nuova famiglia anche a te vedrai.

PAOLO GIANNATTASIO



mercoledì 3 febbraio 2016

MI RACCONTA UN RACCONTO








LIBERA È SOLA


Un'esistenza sprecata è un peccato. Sopportare cose che non ami, è un peccato. Resistere alle azioni indegne che non meriti, è un peccato. Essere donna e non riuscire a sentirsi libera è un peccato. Donna, moglie, madre, amica, amante e sorella. Una donna è troppe cose. La stessa donna in tante vite. Avere ruoli e facce diverse cui abbinare i soliti sorrisi finti. <<C'è un piano! C'è una fuga! Passa per il baratro! Passa per la morte!>> Ripeto ad alta voce le parole una a una. Sorseggio vino rosso e piango in fazzoletti colorati. Ripeto e lo faccio ancora. Non c'è reazione alle parole. Smette il pianto e non c'è riso. Muta. Resta muta la mia bocca. E la distanza colma ogni cosa. Vivo per me questi istanti. Li condivido in maniera perfetta perché adesso è tutto chiaro; tutto si rivela e lascia che io comprenda. Stimo ogni cosa dei miei passi, poggio la pianta del piede sul tappeto rasato e sento il calore fino al centro del cervello. Un brivido d'intenso fervore mi attraversa perché la strada è concreta. Adesso si può fare. Posso andare. Adesso posso andare. Rifletto bene e cerco le istruzioni. Lentamente indietreggio con una comprensione sempre più profonda. Dinanzi a me i familiari m’interrogano con sguardi spaesati. E non trovando risposte gesticolano come degli scemi alla stazione convinti che questo possa bloccarmi. Arretro verso qualcosa che mi chiama. Due passi ancora e scatta l'azione. Mi volto e afferro il pomello. Lo giro in un istante, apro e richiudo la porta della cantina con me all'interno. Sbarro l'ingresso e lascio che la famiglia intera consumi le nocche sul legno pregiato della porta bloccata. Pochi secondi ancora, cerco di ricordare mentre decido come finire. Lascio la casa, un marito, i miei figli, il cane, la moquette pregiata, il tappeto persiano, la bomboniera di zia, quel cappotto fasciato e la pochette dorata, lascio una pentola che fuma e vado via. Lascio l'onore di madre, l'orgoglio di moglie, l'istinto di figlia, il rispetto di donna, la natura di amante e il finto sorriso di sempre. Mi lascio prendere da questa idea che risolve e toglie a favore della libertà. Mi aspetta il silenzio pieno di pianti e chiasso terreno. Ormai tutto è chiaro e deciso. Devo solo completare il pensiero con l'azione più dura. È il momento. Lo faccio e vado via. Il treno della mia nuova vita libera parte e viaggia senza binario, verso l'unica direzione possibile. Quella che spero mi ridarà il sorriso vero. Libera. In fuga dalla donna che sono e che non amo più. La corda. Lascio che le mani annodino le due estremità. Tendo, controllo, armeggio, infilo, mi appendo, strabuzzo, scapocchio, mi spengo e silenzio. Lascio dubbi, sensazioni e vuoti. Lascio immagini appannate. E tante cose, invase, eccellenti, dissonanti, da chiarire ancora, restano vane. Lascio occhi senza voce e mistici gesti senza perdono. Lascio danni, annotati sulla pelle ormai bruciata dall'odio d'amore. Lascio e porto via anche me. Una casa bella. Un bel matrimonio. Divani di classe. Il luogo è di lusso. Tutto attorno sempre lo stesso. Però, che giardino che mi son fatta! Guarda le begonie, i gerani, le margherite, le campanelle, le buganvillee e il giardiniere. Ah, sì, perché mi sono fatta pure quello! Ho sprecato un'esistenza con le stronzate senza rendermi conto che l'infelicità mi uccideva lentamente. Ho aspettato lo sclero per essere reale. Ho aspettato che i nervi cedessero per reagire. Ho ingoiato tutto fino alla fine e dopo il rutto che schiarisce le idee, ho deciso cosa si poteva fare e cosa no. Si poteva cancellare tutto il dramma con il silenzio di un corpo che penzola, mentre la famiglia s'impegna, tentando di aprire una porta ancora bloccata. Era domenica quando penzolavo dalla corda. Era domenica quando ho deciso che lasciare era meglio che restare. Era domenica quando gli altri parenti, arrivati in coro con dolci e spumante, hanno trovato una donna penzolante al posto di un pranzo fumante. Tròvati la tragedia, osserva il pianto di chi resta, e ti dirò chi sei stata. E come hai vissuto la tua vita. Ora sono libera da ogni maschera quotidiana, libera dal trucco impastato, libera dalle mezze verità e dalle bugie ossessionanti. Avrei dovuto fuggire fuori e non morire dentro. Ho deciso che nella mia cantina c'era il vero che mi avrebbe restituito la libertà. Corpo freddo, ormai. Donna, corda, sorriso libero e sereno. Chissà chi era. Chissà perché. Libera in una magica atmosfera. Libera in una cantina fredda e sincera.  

                                                                                                PAOLO GIANNATTASIO