CRESCONO, SI MOLTIPLICANO, CONVENGONO A EDITORI E AD AUTORI
Non siamo alle prese, diciamolo subito, con raccolte del rilievo di
“Linea Lombarda” (a cura di Luciano Anceschi, 1952), “I Novissimi” (curata da
Alfredo Giuliani, 1961), “Il pubblico della poesia” (di Berardinelli e
Cordelli, 1975), “La parola innamorata” (di Di Mauro e Pontiggia, 1978), “Poesia
degli anni Settanta” (di Porta, 1979), ormai classici, di non facile o
immediata reperibilità. E neanche si tratta dei due bei volumi monografici “Poesia
del Novecento euro-occidentale e americana”, a cura di Sandro Boato, usciti nel
primo semestre del 2011 per la storica rivista emiliana “In forma di parole”
(diretta da Gianni Scalia dal 1980): edizione plurilinguistica con testi
originali a fronte, presenta e propone 65 poeti, tra cui molte donne, da
Marguerite Yourcenar a Sylvia Plath, al premio Nobel Gabriela Mistral, con l’inescludibile
Emily Dickinson. Antologia certo non a buon mercato (30 euro a volume), ma che
un liceo può ben permettersi di adottare o quanto meno consigliare alle
insegnanti abuliche, disinformate e odiatrici dell’ottima poesia, propense
all’apparire (abbigliamento, trucco, macchinone, optionals, vacanze esclusive,
parties, alta bigiotteria, iniezioni di botulino per trattamenti antirughe)
invece che all’essere, prima che segnalarla agli alunni, spesso,
paradossalmente, piú inclíni alla curiositas.
Le
antologie che prolificano oggi sono assai piú modeste, e sono finalizzate non
al tentativo di suggerire ‘profeti e precettisti della poesia che si dovrebbe
fare’, per usare le parole di Giovanni Raboni, ma allo scopo alimentare degli
editori avidi e sovente privi del benché minimo riguardo alla dignità;
pubblicano infatti tutti e di tutto, purché i poetini domenicali siano pronti
ad essere adescati e a pagare per vedersi inseriti in brutte antologie inutili.
Conviene
ricordare che anche i poeti che si sono oggettivamente guadagnati tale
appellativo sono affamati di attenzione; chiedono di essere letti, gustati,
analizzati: un po’ per quella misurata vanità che rientra nel legittimo, un po’
per testare le qualità di compenetrazione e di empatia dei rispettivi
elaborati.
Figuriamoci
le orde di mediocri versificatori, gli stormi e le flotte di plebaglia
ignorante, disattrezzata, sprovvista del benché minimo strumento espressivo,
gente che ha letto (male) uno o due libri scolastici in tutta la vita, e che
dovrebbe continuare a scrivere l’elenco della spesa al supermercato.
Ma
non si può impedire a nessuno di sognare, di illudersi che quelle proprie
quattro stupidaggini gareggino in bellezza e in importanza con la produzione di
Giuseppe Guglielmi, Nino Pedretti, Angelo Maria Ripellino, Giovanni Giudici,
Paolo Volponi, Vittorio Sereni, Attilio Bertolucci, Elena Milesi, Maurizio
Cucchi, Giorgio Caproni (nomi che farebbero esclamare all’esercito ‘schizorampante’
dei poetucoli d’occasione e/o di vizio: ‘Carneade…chi era costui?’).
Logico
e inevitabile che ai poetini corrispondano gli ‘editorini’, che si soffregano
le mani e a cui viene l’acquolina in bocca all’atto di venire loro incontro con
proposte-capestro, la cui unica funzione è gabbare gabellando i primi e gratificare
le finanze dei secondi. Noi definiamo ‘Case Mereditrici’ quei marchi di
indubbia disqualità, soprattutto quando vengono gestiti da donne.
In
questo articolo prendiamo in considerazione due iniziative: la prima, attenta a
salvare quantomeno la faccia, mescolando precauzionalmente il sacro con il
profano: “Letteratura Italiana Contemporanea/Antologia del Nuovo Millennio”,
Edizioni Helicon, Arezzo (febbraio 2015); la seconda, naturalmente a nostro
avviso, un quadernaccio in digitale dal titolo sbrigativo: “Sentire”, per le
fantomatiche ‘edizioni’ Pagine, Roma (2014).
Quel
che accomuna le due antologie è l’esasperazione del prezzo: quaranta euro
quella dell’Helicon, venti quella di ‘Pagine’.
Vero è che l’Antologia del Nuovo Millennio è un tomo di ben 862 papiri (dalla copertina immediatamente deperibile); tuttavia neanche la raccolta iniziale di pregevoli saggi (servono a coonestare la ‘serietà’ tecnico-letteraria del libro) su Dino Campana (Marino Biondi), sull’ermetismo (Giancarlo Quiriconi), sul Novecento italiano (Silvio Ramat) e la selezione dei poeti del secondo Novecento (a cura di Michele Rossi) giustificano l’enormità della spesa, tenendo in conto che lo spazio preponderante del volumone è occupato da illustri sconosciuti, la cui cifra, tranne in un cespuglietto profumato (Maria Grazia Duval, Mario Massa, Iolanda Fonnesu, Isabella Sordi, Mirella Raschi, Siro De Padova, Milvia Lauro, Marco Ignazio De Santis, Ignazio Gaudiosi, Mario De Rosa, Lorenzo Cimino, Paola De Lorenzo Ronca, Antonio Rossi, Rodolfo Vettorello) non si eleva dall’aurea mediocritas.
Vero è che l’Antologia del Nuovo Millennio è un tomo di ben 862 papiri (dalla copertina immediatamente deperibile); tuttavia neanche la raccolta iniziale di pregevoli saggi (servono a coonestare la ‘serietà’ tecnico-letteraria del libro) su Dino Campana (Marino Biondi), sull’ermetismo (Giancarlo Quiriconi), sul Novecento italiano (Silvio Ramat) e la selezione dei poeti del secondo Novecento (a cura di Michele Rossi) giustificano l’enormità della spesa, tenendo in conto che lo spazio preponderante del volumone è occupato da illustri sconosciuti, la cui cifra, tranne in un cespuglietto profumato (Maria Grazia Duval, Mario Massa, Iolanda Fonnesu, Isabella Sordi, Mirella Raschi, Siro De Padova, Milvia Lauro, Marco Ignazio De Santis, Ignazio Gaudiosi, Mario De Rosa, Lorenzo Cimino, Paola De Lorenzo Ronca, Antonio Rossi, Rodolfo Vettorello) non si eleva dall’aurea mediocritas.
I
notevoli saggi di Biondi, Quiriconi e Ramat sono funestati da seccanti ed
evitabilissimi refusi, ai quali si sarebbe ovviato se la C.E. avesse alle sue
dipendenze uno straccio di correttore di bozze. L’inserimento dei Grandi
(l’indice non ne riporta i nomi, per far largo ai Piccoli paganti) è un
escamotage non insolito per ingolosire i candidati alla partecipazione non
gratuita: fa effetto, su uno sconosciuto (noto –forse– agli inquilini del proprio condominio), essere
inserito accanto a Nanni Balestrini, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni,
Patrizia Cavalli, Milo De Angelis, Luciano Erba, Franco Fortini, Alfonso Gatto,
Giovanni Giudici, Franco Loi, Mario Luzi, Valerio Magrelli, Alda Merini
(immancabile), Eugenio Montale (idem), Elio Pagliarani, Pier Paolo Pasolini,
Sandro Penna (con due testi non compromettenti dal punto di vista tematico,
l’omosessualità), Lucio Piccolo, Antonio Porta, Giovanni Raboni, la complessa
Amelia Rosselli, Edoardo Sanguineti, Vittorio Sereni, Maria Luisa Spaziani,
Patrizia Valduga, Andrea Zanzotto. Il buon Paolo Saggese si inalbererebbe di
fronte a gravi esclusioni (non solo, stavolta, limitate ai poeti del sud), ma
il responsabile del capitolo, Michele Rossi, deve essere stato soggetto al
diktat editoriale di non estendere l’elenco oltre la concessione dei 5
sedicesimi, per cui si è limitato ad una scelta non esaustiva, tutto sommato
onesta.
La
sperequazione del numero esagerato di pagine ad alcuni (Edio Felice Schiavone: 40!,
Paolo Rametta: 59!) rispetto alle due in media [tra biografia con schizzetto
critico alla buona e poesia o microracconto o estratto di saggio all’acqua di
rose (Enza Sanna)] della maggior parte dei partecipanti rivela l’asta monetaria
e non il merito quale criterio di assegnazione e di visibilità. Schiavone e
Rametta non sono, infatti, né Vittorio Bodini né Toti Scialoja, né Césare
Pavese né Josè Saramago. I responsabili dei profili bio-critici (cretici
sarebbe opportuno definirli, depennando i bravi e preparati Quiriconi e
D’Episcopo), Giuliano Adorni (si occupa di Stefano Spreafichi), Alessandro
Bedini, Eugene Josef Ceska (presenta Francesco Federico) Neuro Bonifazi,
Francesco D’Episcopo, Rodolfo Tommasi, Lara Pasquini, Andrea Pellegrini,
Corrado Pestelli, Giancarlo Quiriconi, Michele Rossi (che cura soltanto il
libanese Hafez Haidar), Cristiana Vettori (firme a noi ignote) si arrampicano
sugli specchi per dire qualcosa dei poetini di cui si occupano, e comunque non
si riscattano dall’ovvietà e dal cliché sempre più stanco e clonato. La
stakanovista del gruppetto è l’eroica Cristiana Vettori, che si è sobbarcata la
tredicesima fatica di Eracle, recensendo la maggior parte dei claudicanti
poienauti, e che, versione femminile di Sisifo, si arrabatta a ripetere cose
già lette e ascoltate. Una noia. Terrificante etichettare certuni come
“appassionato di poesia”, quasi l’arte delle Muse si riducesse ad un hobby
accalorante, equiparato al collezionismo di conchiglie o francobolli, a una
sfida enigmistica, a una gara di accaparramento di dubbi nastri azzurri dei
poveri. La Vettori va in brodo di giuggiole, fa fuoriuscire gli occhi dalle
orbite e spalanca la bocca in un ‘oooooh’ di meraviglia e di stupore, quando, a
proposito di Piero S. Costa (insegnante di Storia e Filosofia), blatera di
taglio filosofico-esistenziale, di ‘sorprendente’ recupero del latino perché il
poverino usa (in neretto, casomai sfuggissero originalità e raffinatezza) il
termine ‘mens’ e il modesto accostamento (manco una crasi) ‘stancamens’. La
cretica [palesemente a digiuno di surrealismo, dadaismo, imagismo Ia maniera (poundiano), IIa maniera (“amygismo”
lowelliano), vorticismo, e delle avanguardie superate e neo-ripigliate] scrive:
“Come si vede (chi lo vede? Gli asini), la poesia del nostro Autore (adopera la
maiuscola, quasi si riferisse a Petrarca, a Raboni, a Luzi, a Neri, alla
Calandrone, a Derek Walcott o a Tomas Tranströmer) si gioca su un profondo
(sic) rinnovamento (sic) di tecniche e forme stilistiche e linguistiche (ma
quando mai! E dove? -NdR), un periodare che ricorda gli antichi ‘cantari’,
inserti dialettali, neologismi, la scomposizione di termini e parole.” La
Vettori cerca di guadagnarsi la pagnotta, ignorando che esiste Niva Lorenzini,
con la scoperta dell’acqua calda. Non osiamo immaginare l’apice delle sue
reazioni, qualora si trovasse di fronte i testi di Jolanda Insana, di Enrica
Salvaneschi, di Wanda Marasco e di Ugo Piscopo. Di Tricarico, di Ioni. Di
Scarselli, Lucciola, Di Spigno. Della Eisenberg, di Iandolo, Gaita, Gnerre.
Della Argentino, della Iorio, dell’Anedda, della Maleti, della Martino, della
Coppola, di Agostina Spagnuolo, della (purtroppo scomparsa il 6 marzo 2006)
Biagia Marniti (Masulli). E persino dei giovani Giovanni Nazzaro, Costantino
Pacilio, Gerardo Iandoli, Davide Cuorvo, Angelo e Salvatore Iermano, Melania
Panico. Non rende un buon servizio, la Vettori, al non eccelso Piero S. Costa,
insegnante laureato in Storia e Filosofia e non
filosofo, né poeta rivoluzionario e destrutturatore, per il quale la massima
incursione nello sperimentalismo si limita nell’introdurre qua e là dei
cervellotici virgolettati sul nulla (“ ”), e che fa uso indiscriminato e
abusivo dell’apocope (or, avvenir, sfoltir, sentier, astro-sol, com Ercole,
cozzerem, uom-animal, fragor, fiel, sfogliar, sideral, lor, ragionar, normal),
convinto che il troncamento (giustificato da precise esigenze metriche o da
parchi e intelligenti effetti fonico-estetici) sparso a manciate di sale e di
pepe o di parmigiano reggiano renda piú autentica e aulica la poesia. Ogni
tanto un’espressioncina in dialetto piemontese, un vocabolo francese. Ma
insomma! Ma la vogliamo finire? Vadano a leggersi, Costa e Vettori, la nostra
“Dazio” (dedicata a Giuseppe Vetromile) nella sezione ‘Les herbes folles’ in
“Spiniger” (Per Versi editori, Grottaminarda, 2009)! Per tacer, sempre nella
stessa raccolta, dei componimenti ‘At Dusk’, ‘Santa Maria della Rupe’, ‘Nego
altri addii’. Oppure il morceau celebrativo ‘Nuptialis’ (“Nel mio cuore la tua
figura”-Poesie Italiane d’amore- Michelangelo 1915 Communications- 2007 – Palma
Campania-Na).
I
cretici della Helicon saranno, crediamo, retribuiti a cottimo, tenuto conto che
dei 141 antologizzati la Vettori ne ‘esamina’ circa sessanta, tallonata
disperatamente da Pestelli, Pellegrini e Pasquini, che nonostante l’affanno
debbono gettare la spugna. Vettori è irraggiungibile.
Del
resto lo spessore critico non è rivolto ai succedanei di Spagnoletti, né ad
Arnaldo Colasanti né ad Enzo Rega o a Paolo Lagazzi, a Ezio Savino. Va bene per
la degustazione di palati medio-bassi.
Manca
un’introduzione ragionata al volumone, altro indizio di sciatteria e di
frettolosità, altro elemento che rafforza la spiccia modalità meramente commerciale
dell’iniziativa.
Meritano
una nota Iolanda Fonnesu e Paola De Lorenzo Ronca. La Fonnesu, trapiantata in
Toscana, a Firenze, studiosa della letteratura italiana del Novecento, autrice
di un romanzo (“La croce sull’uscio”), coautrice (in tandem con Leonardo
Rombai) del volume ‘Letteratura e paesaggio in Toscana: geografia e
letteratura/paesaggi di ieri e di oggi”, compare qui con una novella che non
sarebbe dispiaciuta a Verga, a Vasco Pratolini, a Bianca Pitzorno, a Italo
Calvino): ‘Antonicu e il malsegno’; una narrazione solida e spedita,
sapientemente movimentata, sul filo dell’immedesimazione empatica.
Paola
De Lorenzo Ronca è una signora in penombra, che senza botti e grancasse compone
bei versi profondi, denotanti marcato angst esistenziale e l’opposizione
costante a non lasciarsene travolgere, grazie alla fede cattolica e a quella
laica ancorata alla creatività (il dipinto, la scrittura, qualche breve e
circoscritta esperienza periegetica del suo territorio). Frequenti, negli
elaborati, i flash del passato, l’ombelicale legame con la terra mirabellana,
con la casa e le tradizioni; il rapporto meno bello con una madre spartana,
anaffettiva, offensiva, che la Ronca è riuscita a perdonare. Ma le antiche
ferite restano, sanguinano ancora, la spingono ad identificarsi epicamente e
romanticamente, nel contempo, ad eroine della statura di Antigone, di Aspasia e
di una sottaciuta Medea. Tradimento, solitudine, incomprensione e indifferenza
non ne stercorano né sottomettono l’animo, che, libero, sancisce con la carne
emotiva il migliore e piú tenace sodalizio.
ARMANDO SAVERIANO
AA.VV. ANTOLOGIA DEL
NUOVO MILLENNIO (LETT. IT. CONTEMP.) – ED. HELICON, POPPI (AR) – 2015 – 862 PP
- € 40,00
SQUADERNAR “NULLESIA”
TERMINE IDONEO PER UN PENOSO VOLO
Nel panorama delle frequenti pubblicazioni poetiche, amatoriali o professionali, in questo quaderno, “Sentire”, ‘edito’ da “Pagine” (Roma), emergono rari nomi degni di attenzione; i partecipanti sono entusiasti concorrenti della storica “Corrida”: versificatori della domenica che non leggono, non nutrono lo spirito e la mente, ancorati a un lessico ànidro, poverissimo, ingenuo e ripetitivo.
Trattano
la materia poetica come un trastullo da fascicolo estivo sotto l’ombrellone,
giocano con un’arte sconosciuta, ma contemporaneamente soffrono di acromegalia
dell’ego, supponendo di aver prodotto chissà quale capolavoro. A stento hanno
sentito parlare di Leopardi e di Montale, ignorano scuole, correnti e tendenze
storiche e attuali. Per loro Fernanda Romagnoli, Amelia Rosselli, Lucio
Mariani, Cesar Vallejo, Tomas Tranströmer, Czelaw Milosz, Milo De Angelis,
Massimo Bacigalupo (ma persino colonne come Anna Achmatova, Marina Cvetaeva,
Franco Fortini, Franco Loi, Costantino Kavafis – e l’elenco potrebbe
prolungarsi all’eternità) sono entità astratte, suoni alieni, vuoto.
Tra
gli autori tronfi, illusi e illeggibili, c’è qualche germoglio interessante:
Francesco Miserocchi, con un verso frase che talvolta si protende verso una
ricerca e un uso originale della parola melodrammatica, che occulta una
sottocutanea ironia; Francesco Guidace, autore di un verso denso, che pur con
diverse cadute tonali, non arriva mai al disarticolato, con una capacità sintattica
di apprezzabile tenuta; Alessandro Guerrini mostra ricorrenti ingenuità
formali, ma conserva delle qualità di schiettezza e di limpida osservazione
dell’in sé e dell’altro da sé.
Le
presenze femminili sono terrificanti, vere talebane o kamikaze della maldestra
poetica, tranne una giovane ebolitana, filodrammatica e sensibile divoratrice
di fantasy, Enza Maria Mastrangelo. Le letture e l’esperienza teatrale le
fruttano uno stile di promettente iridescenza, soprattutto nel migliore dei
suoi componimenti, “Hey Donna”, che si contrappone al più classico e melodico
“17:30”. Il tema sociale è affrontato con un piglio scanzonato che rende acuto
il disagio della condizione femminile tutt’altro che equiparata a quella
maschile, pur nel nostro occidente emancipato. Lo spirito impertinente si
rivela nel componimento “Il teatro è la mia arte”, con un tono scanzonato e goliardico,
punteggiato di ritrattini sapidi e bonariamente canzonatorii, in un omaggio
affettuoso ad amici e compagni di percorso, dove la satira lieve e non mordace
diventa un pretesto letterario. Consigliamo a questa ragazza buone letture,
numerose, intense e meditate, da Sylvia Plath a Cristina Campo, da Antonella
Anedda a Gabriella Maleti, Barbara Lanati, Mariella Bettarini, Ingeborg
Bachman, Louise Glück. ‘Alit lectio ingenium et studio fatigatum reficit’,
ricorda Seneca nelle Epistulae morales ad Lucilium. Ne tenga conto Mastrangelo.
Prefazione
assente. Ma in quarta di copertina appare un buon morceau critico, che apre
aspettative – ahinoi – deluse, data la qualità pessima di gran parte degli
autori, i quali, dal canto loro, nulla accennano delle rispettive poetiche,
limitandosi ad inopportune e irritanti informazioni sulla loro convenzionale
vita privata di casalinghe, di padri di famiglia che si confessano bagnini,
calciatori, fanatici di tatuaggi, e quel che è peggio, “scrittori”(sic!)…
Accluso
al volumetto, un CD con delle incisioni senza infamia e senza lode. L’inserto
non giustifica l’esosità richiesta dall’editore (probabilmente, riteniamo noi,
una tipografia gestita alla men peggio): il prezzo è tirannicamente elevato, se
si pensa che l’epocale romanzo della scrittrice Wanda Marasco, “Il genio
dell’abbandono”, candidato al Premio Strega, costa “solo” 18 euro!
ARMANDO SAVERIANO
AA.VV. SENTIRE – PAGINE ED. ROMA –
2014 – PP 96 - € 20,00
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