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mercoledì 27 aprile 2016

EISENBERG: ATTI DELLA MIGRANZA



L’ACQUA, LA NOTTE, IL CANTO: L’AFFLATO E LE SUGGESTIONI DI UNA FIABA SENZA SOLUZIONE





Mariastella Eisenberg ‘beve e respira’ i suoi versi, e questa immagine piuttosto ferma la attingiamo da pregresse letture critiche su due poeti lontanissimi tra loro, per molteplici aspetti, anche geopolitici: Borges e il coreano Ko Un. La poeta si riversa nei suoi elaborati allo stesso modo in cui il daimon della creatività si manifesta in lei, esondando dalle sue viscere razio-emotive.
Questo libro (“Viaggi al fondo della notte/La migranza/L’erranza/La viandanza”- Oedipus), per svariate peculiarità prodigioso, costituisce un’espiazione, almeno parziale, delle colpe ataviche dell’umanità, che la poeta carica su di sé, divenendo a sua volta unità simbolica del noi. L’io/noi è difatti una chiave di lettura del ‘Viaggio nella Notte’, che, come scrivevo ne “La Zanzara” di Pasquale Martiniello: “da secoli l’uomo, consapevole e/o inconsapevole, sconsiderato temerario o autodistruttiva scimmia eretta, ha intrapreso nel corso della storia, da cui giammai pare sappia/voglia apprendere la severa lezione.”
E’ il destino che la elegge a testimone, la Eisenberg, di un fenomeno altrettanto ancestrale: quello dello spostamento, del trasferimento, del camminamento da un luogo ad un altro luogo, attraverso le incognite del timeo e della speranza, della Verzweiflung che paradossalmente in sé trova ossimorica fede e le si aggrappa. E simile tensione fra opposti ci riconduce a un bellissimo testo del sardo Michelangelo Pira, dedicato all’emigranza dei lavoratori che lasciano le loro miserie per ‘patire’ nel ventre di tutte le disgrazie in terra straniera. Ma i migranti che descrive Eisenberg sono tutt’altra sorta di disperati: gente che fugge da guerra, persecuzione, intolleranza, violenza e morte, pagando per incontrare privazioni e morte, o una volta giunta  alla meta, affrontare da sopravvissuta altre odissee di incomprensione, di latente e/o manifesta ostilità, di stigma e razzismo.
Mitteleuropea e napoletana, la Eisenberg porta nei suoi geni l’eredità della fuga, del trasferimento strategico sempre privo di garanzie, tranne quelle profuse dall’illusione, breviario triste dei paria, dei vinti, degli oppressi. Per questo sul virtuale barcone dei diseredati potremmo facilmente intravedere, mista ad uomini, donne, bambini, la poeta, sballottata dalle ondate dei dubbi e flagellata dalla consapevolezza dell’imbattibilità del male, dall’invincibilità della Notte, dall’eterno ritorno del ‘Viaggio’.
Più di tutto, a raccapricciare è la banalità dell’orrore, che ripete formule invariate in ogni capo del mondo; e tra ogni forma di furto, di appropriazione, di prevaricazione, di accanimento, di frode e di violenza, di inenarrabili crimini nasce e insorge, condannato esso stesso al non ascolto, l’animo scorticato e vibrante del poeta. I migranti hanno un unico domicilio permanente: il dolore, con le telluriche trasfusioni, nell’arco dei millenni e nei giorni a venire, delle angosce e dei conflitti mai rimossi e neanche blandamente, e per difesa, scotomizzati. Questo accade, continuerà ad accadere all’umanità dei vinti, dei perdenti, alla maggioranza di disgraziati sopraffatti dalla globalizzazione al servizio del capitalismo bulimico di un’oligarchia di potenti. La libertà, anche quella, è una delle tante menzogne storiche, ci ripete nelle sottotracce la Eisenberg, con un tono pacato, dove anche l’amarezza è stanca di mostrarsi acre. Pare tuttavia che a tratti la poeta faccia suo l’assunto di Ghiannis Ritsos e che ripeta, assolutamente a se stessa, e senza trovarne requie, che i poeti sono gli inconsolabili consolatori del mondo. Eppure sta bene attenta a non nutrire di false aspettative l’attesa lacerante della gente priva già di tutto: terra, casa, dignità, identità. Ella sa di essere un fantasma antropologico-letterario che s’appoggia a null’altro che alla solitudine e alla solidarietà verso il debole, affinché non vengano schiacciate entrambe le sue essenze, quella di grande madre e di figlia dell’oceano di notte che è l’inevitabile e misteriosa incognita, l’imponderabile quid. Nelle sue pagine, non filosofeggia come in un’officina del pensiero, né si concede al melodramma e al patetico: resta lucida, pur cantando a volte la fiaba nera della peregrinazione infinita, verso le coste lontane, lungo la salinità di un mare che si fa arca abissale di morte, pur essendo mitologicamente culla di vita; e se si dovesse intravedere una laica pietà genuina e misurata, essa mai assume maniera elegiaco-sentimentale. Il viaggio, con tutte le sue conseguenze pragmatiche e psicologiche, si dilata, si allunga come “la tragedia per sfuggire alla tragedia” nel cuore dei traversanti: diventa, il loro, un vagabondaggio lutulento, scarnificante, che porta alla regressione e alla fragilità, mentre si dubita del ricordo di un passato bene, sempre più rarefatto, sempre più affondante nella dimenticanza. Come Giovanni Dettori, Eisenberg ci persuade nelle funzioni quasi ieratiche di poeta della Entfleischung: già madre senza grido, già lutto senza squarcio, già entità sfigliata, qui ella canta altra perdita irrecuperabile, nello stesso momento in cui l’io/noi ha posto il piede sulla barcaccia. Persino la sofferenza, a volte, quella sofferenza che tiene desti, che comunque t’incorda dopo averti stremato, sembra persa, prosciugata dal vento di una discesa agli inferi che  già preannunzia la negazione del riscatto. Se volessimo considerare marxisticamente gli uomini come incarnazioni di forze economiche, qui non vedremmo il proletario seduto sulle gradinate del circo, mentre il borghese viene divorato dai leoni nell’arena; le inesorabili leggi del sistema capitalista portano inevitabilmente alla ‘felicità’ degli oligarchi al comando e alla miseria degli sfruttati, al punto da rovesciare le prospettive: perverso è il deprivato, l’umile, il predato, che stimola addirittura diffidenza e Angst, Furcht. E nessuna forza equivale all’odio, che incute paura, contenendo in sé la paura stessa. Si odia ciò di cui si ha paura, si odia chi ci fa, irrazionalmente, paura. La massa brulicante dei migranti diventa qualcosa di sporco, da cui doversi difendere e decontaminare; atteggiamento malcelato dal pietismo di superficie con cui l’assistenza stiracchiata, forzata, dei Paesi ospiti, cerca di depistare l’opinione pubblica dei buonisti.
Il bisogno di tutto può, è vero, rendere aggressivi; ma il suo diapason estremo è l’insicurezza regressiva, coronata dalla serpeggiante insinuazione di essere sudici, fastidiosi, disturbatori, invasori, sbagliati…inferiori.
Sartre ne “La Sgualdrina Timorata” ne fornisce un esempio sconcertante: Lizzie, la prostituta di buoni sentimenti, ed il negro braccato per un crimine non suo, arrivano a coonestare, ad avallare la persecuzione del bianco, che, per evidenza di cose, e per ineluttabilità di status, “deve” essere buono, giusto, nel diritto di agire con incontestabile legittimità, elargendo vampirismo sessuale e applicando impiccagione sommaria.
Al diseredato, al migrante, si nega, nella sostanza, un valore moralmente positivo e quindi l’impossibilità di portare la sua condizione individuale su un piano più accettabile. Niente catarsi con un contenuto di valore affermativo/positivo. L’ordinamento del mondo considera dissoluto, dissolto, chi crolla nelle situazioni-limite, e la poeta fa sua, pur non condividendola, la lezione di Bloch e di Ibsen. Sul piano concettuale della vita quotidiana, il migrante, come fu marchiato l’ebreo annullato dal Nazismo, è inferiore all’uomo comune portatore di genericità, che vive dentro il mondo, fa pertanto parte di una sottocategoria degenere che vegeta fuori del mondo. E che il mondo può e deve espellere anche dalla dimensione del fuori: la deve cancellare.
Magari con l’arma mediatica del disprezzo. Il disprezzo, Verachtung, è un metodo progressivo di annientamento psicologico, teso a destrutturare e smantellare la dignità dell’individuo in quanto sotto-specie.
Innanzitutto occorre rafforzare il confinamento in una subclasse storica dei migranti, incapsularli in una bolla pregiudiziale che faccia storia-per-sé. Il che conduce alla reazione individuale e collettiva di fastidio e rifiuto nella comunità accogliente, in seno alla quale il migrante verrà ghettizzato. I recinti, i confini, le baracche fanno pensare ad una cattività, ad una reclusione inevitabile e ‘meritata’. Alla quale difficilmente i coatti si ribellano. Finiscono con l’accettarla e con l’adattarvisi. Da secoli il processo funziona secondo immutato copione.
Eisenberg conserva, nelle sue pagine d’acqua, di terra e di buio, la capacità della parola di dare la misura dell’umano grazie all’evocatività, ad un senso di religiosità laica dell’atto minimo di compartecipazione, di solidarietà, niente concedendo agli stereotipi; stupisce col suo tracciato che percorre le corde del senso con un’esattezza da orologiaio, che conosce il peso, il timbro, l’opportuna  collocazione di ogni termine e l’effetto che può produrre la posizione di un aggettivo o di un avversativo, di una semplice congiunzione, elargiti come gocce, a un certo punto del verso, in grado di mantenere l’equilibrio tra significato e musicalità; una cura della costruzione che si fa mirabile, tra lirismo cautamente contenuto e viraggio gnomico, con un dettato metastasiano, che incide come un bisturi nella coscienza del lettore, sin dal “Prologo”, incantamento fiabesco con l’acconcia disposizione delle parole-cubi per l’infanzia, “formiche/sui fogli”. Con l’ingannevole, ipnotica dolcezza di una ninna che s’infiltra nel terribile per allontanare di un poco il tagliente dai lembi della carne, la poeta si lascia scivolare dalla lingua al grembo e dal grembo, ai piedi di ogni poesia, e giù giù nella gola del mare, i titoli, costituiti da sostantivo e attributo, rigorosamente a condividere la stessa consonante iniziale (Liquore Laido, Liturgia Livida, Limbo Limaccioso, Lamento Lacerato, Rabbioso Raccapriccio, Reietto Rimpianto, Ribelle Recriminare, Rupestre Riva, e così via; ma sempre due “L” o due “R”: “L” desiderio di “luce” come scioglimento del dramma; “R” agognata mèta della “riva”, che significa scampo dal rischio di essere in ogni istante lambiti, saggiati, fagocitati dalle fauci feroci di Posidone, dal mare patrigno per i traversanti).
Nell’alienazione del Viaggio che qui, ‘al fondo della notte’(tenebra e netta e irreversibile separatezza dall’altra vita del passato), non pare avere termine, la repressione dell’io e l’insorgente coscienza del noi trovano il loro logico o illogico adempimento: l’io che si identifica con il noi difende così il suo comportamento, la sua vita, se stesso; il noi diviene personalità unitaria rispetto al mondo e rispetto al gruppo. Un modo, l’unico che il gruppo possa imparare, di schermare la propria vulnerabilità. Malgrado ciò, il riversaggio dell’io nel noi non ripara del tutto dal conflitto emotivo, e questa è una delle principali complessità tonali nel canto ininterrotto della poeta, che entra ed esce da se stessa, per diventare ora una vecchia ora un fanciullo ora un giovane, con le derive dei ricordi, i rimorsi del non voltarsi indietro, la cecità dell’acqua che scivola fra le labbra per annegare parole. Tutto procede esattamente così, fino alla metrica dell’epilogo rimato in “glio” e in “ide” e trasforma lo scenario in una favola sospesa, che cattura il lettore in una lacrima resinosa, in un letto calcareo.
Un distacco non spiacevole dall’opera è rappresentato, in cauda, da un omaggio di Maram Al-Masri all’autrice, in lingua e in francese, che è un accorato e toccante (toccato) “grazie”.
L’opera più compiuta e suggellante della ‘Signora di Laiano’ sia per enunciato sia per stile compositivo, con variazione di registri. I semi verbali che sbocciano nella dolente consapevolezza, lasciano tracce indelebili, con un verso consegnato al difficile compromesso di quella zona franca, non a fondo praticata, che raccorda lo spirito lirico a quello epico, ma senza mai impeti fragorosi o epifanie altisonanti, a favore dell’invito seducente e mimetico del lasciarsi trasportare, in una ‘lettura dell’ascolto’, nel beccheggio delle immagini che si rincorrono, poi stanziano, quindi s’impennano, e dunque planano nell’onda poetica del sublime, mentre i migranti di Mariastella “tentavano d’amare un mare amaro”.

ARMANDO SAVERIANO



MARIASTELLA EISENBERG - VIAGGI AL FONDO DELLA NOTTE - OEDIPUS 2015 - PP 72 - EURO 10,00



La migranza
e
l’erranza
degli occhi bambini
vit’esenti nel corpo a corpo
tra mare terra e cielo
giacenza di foglio aperto
parole scolorite
da salmastro ingrigito
senza timore
di tegole dall’alto
con un romanzo
già scritto dentro
fin dall’infanzia.
Tempo bambino
tra acqua e nuvole
scorre
tra le dita.

*

Ho colto tutti i fiori grigi del mare.
Sarei un passante come un altro
se
solo avessi una strada.
Ho solo mare
ovunque.
Ho solo male
ovunque.

*

A bocca aperta
annegato
sulla riva approda
inerte
mutevole il cielo
sul viso salso
e
la sirena geme
la campana abbaia
mandrie di autobus corrono.
Svernare nel passato
desiderio.

*

Notte violacea e violenta
Notte di uomini soltanto
Notte violenta e violacea
più nera e scura per spaventevoli grida profonde
Notte che urlava come grida di parto
Notte di uomini soltanto
Notte alla deriva.

*

Riemergi
nel latte
della luna piena
dopo
passi d’acqua
neri di buio.
Tua
la testa fuor d’acqua
lontana
la casa,
la luna
la casa più vicina.
Cammini ancora
passi d’acqua
bianchi di luce
di barca in arrivo.

MARIASTELLA EISENBERG



Mariastella Eisenberg


mercoledì 2 marzo 2016

LA MANTICORA



Τό ερώτημα                                                    Quaestio





Tre forti rappresentanti della poesia del sud, partenopea nella fattispecie: Floriana Coppola, Mariastella Eisenberg, Ketti Martino. A ciascuna di loro, ‘La Manticora’ di Logopea rivolge altrettante domande:



Floriana Coppola
Ketti Martino
Mariastella Eisenberg


D 1.
La poesia ventriloqua dialoga (o monologa) in una sua precipua sospensione e tanto può fornire chiavi interpretative quanto confondere (depistare) fra tangibile ed invisibile, immaginabile e assurdo. Ha bisogno veramente del totem del senso o si attesta –comunque– in una proliferazione di enigmi, di voci contraddittorie, di intermittenze alogiche, di funambolici ardimenti metalinguistici (lo stile che fa la grazia, l’incanto, lo sturbo e l’inquietudine, ma tutto sommato stimola il piano emozionale)?

R. Coppola:
La poesia è un’arte assolutamente dinamica, che gioca con una serie infinita di variabili. Ogni ingrediente ha una sua risonanza emozionale, quando riesce a seguire un percorso che funziona nell’ascolto, attraverso le vibrazioni della voce del poeta. Le figure retoriche permettono una speciale ripetizione fonica e un ritmo che durano il tempo dell’esecuzione. Ogni assonanza e ogni allitterazione si intrecciano alle immagini degli oggetti richiamati dalle parole e questa sinergia altamente simbolica smuove chi scrive e chi legge, perché ogni catena verbale apre delle porte interiori e svela cose non a tutti percepibili. Emozioni oppure riflessioni che toccano la nostra esperienza più vera. Tale clamore interno fa vibrare il corpo e la mente di chi declama e di chi ascolta. Le corde vocali, la respirazione e il battito del cuore danno il ritmo corporeo alla parola. Creano un suono che si materializza in un insieme di vibrazioni fisiche e psichiche nel corpo. La parola poetica crea un’onda sonora/plurale che produce energia. C’è nella poesia una concretezza emotiva indiscutibile, che si propaga quando è letta e declamata. Non è però un esito scontato e prevedibile. Ogni parola, quando è detta con la dovuta espressione, rimanda a una sequenza soggettiva di immagini universali, ambigue e ambivalenti ma vere, autentiche per ognuno di noi. In quest’eco profonda la poesia prende forza e diventa epifania umana, ricerca di verità nascoste, desiderio incarnato di condivisione spirituale e filosofica. “La poesia si accontenta di vivere ai margini, da cui, esacerbata e lacera, in rivolta perenne, urla le sue sconvenienti verità” dice Maria Zambrano. Attraverso la parola poetica si trasmette il segno di un’umanità capace di riflettere e sentire, capace di resilienza: abitare il dolore, le ferite e le cicatrici per trasformare ciò che si è subito in canto, in bellezza non solo formale ma bellezza che evolve e fa evolvere. Arte performativa e trasformativa, quindi.
Floriana Coppola

R. Eisenberg:
La poesia si appropria del suo unico senso veritiero in quanto attività dello spirito, continuamente mescolato (il senso) alla vita da cui non è separabile al pari del linguaggio; il suo compito è -appunto- incantare disturbare/perturbare inquietare stimolare, anche spaventare: è un coachingemozionale.
Mariastella Eisenberg

R. Martino:
La poesia è urgenza di scrivere, di trasferire il pensiero in una polifonia che è il verso, ed è mediante i simboli, le parole, le figure, che i segni dell’anima possono essere riconoscibili da ognuno come propri. Traslando, cioè, il reale in una visione che non attiene solo al singolo poeta come individuo, la poesia proclama la necessità d’instaurare un dialogo che non richiede un attingere al totem del senso tout court, bensì ad un proprio patrimonio di sensibilità ed accoglienza. 
Nell’incontro con la poesia c’è, difatti, bisogno di ascolto, di apertura, di lasciarsi invadere da quello che il testo provoca in noi. Tuttavia, nonostante sia innegabile che ogni poeta possegga una sua mitologia, dei propri simboli, una sua peculiare formazione d’immagini, la realtà della visione poetica non è mai né soggettiva né oggettiva, ma sempre posta in essere dalla creazione stessa in un sentire universale. Ne consegue, allora, che una poesia, molto simile a un essere vivente, viaggi, inevitabilmente, fra il tangibile e l’invisibile, immaginabile e l’assurdo quasi in un dialogo caleidoscopico che può essere colto da orecchio e occhio attenti.  D’altronde, a volte, nemmeno il poeta stesso riesce a comprendere profondamente tutti i significati della sua poesia, non essendo affatto costruzioni razionali; ma, in fondo, la poesia è poesia solo se non c’è possibilità di dire ciò che dice in modo diverso, tanto che il senso della Poesia ha tanto in comune con il misticismo, con l’inconosciuto, con ciò che può essere svelato solo in quella modalità. Di qui le caratteristiche di una buona poesia: l’eternità e l’universalità. “Il poeta ordina, unisce, sceglie, inventa - e lui stesso non riesce a comprendere perché proprio così e non altrimenti.” (Novalis)
                                                                                                           Ketti Martino


D 2.
Un commento a questo pensiero attribuito a Percy Bysshe Shelley: “La poesia è l’atto che fa essere ciò che non è, e i poeti sono i misconosciuti legislatori della realtà”.

R. Coppola:
Scrivo per cambiare rotta dentro di me. Ogni poesia è un movimento scritto con il sangue, quando non vuole solo essere un mero esercizio masturbatorio, un semplice gioco di parole accostate in modo originale ma vuoto e insulso. La maggior parte dei poeti scrive degli uomini e dei loro sentimenti, dei demoni e dei territori che li abitano. Legiferare sulla realtà mi sembra un obiettivo a cui il buon senso ci induce a rinunciare. Sarebbe presuntuoso pensare di dichiarare anche una sola possibile legge valida per gli altri. L’etimologia della parola “legge” può essere riferita al significato di “lego” in greco “dire” e in latino “ligare” cioè legare. Allora possiamo affermare che fare poesia è inerente la costruzione originale e divergente di legami tra le parole e tra le parole e gli uomini. Ogni parola è un laccio che unisce immagine e segno dentro un codice condiviso.
 Credo che l’unica azione possibile, attraverso la parola detta e sottolineata con il verso (con la speciale concatenazione ritmica della rima ormai prevalentemente interna) sia quella di modificare un nostro stato d’animo, oppure una certa idea che si era fossilizzata dentro.
Si tenta di modificare un’emozione, non certo l’universo. Le idee appartengono ad una grande tela, che si miscela alle immagini e alle percezioni sul mondo. Se è vero che esiste un immaginario collettivo che ci tiene perennemente in contatto, allora quando un poeta cerca di trasformare un dato, un evento, un’idea, una percezione, potrebbe avvenire un leggero microscopico scivolamento psichico/culturale nell’altro che condivide e legge. Purtroppo questa condivisione emotiva e valoriale può avvenire solo se la condivisione dopo la lettura non è solo epidermica ma riflette una reale sintonia, una capacità di stare in ascolto profondo con il nucleo più interno.
Floriana Coppola

R. Eisenberg:
"...nella caverna inesauribile / di miele / e / di fiele /del verbo / accantucciati / stiamo: / che ci legga / qualcuno / speranza / di rinnovata vita." da Cantico nella parola svelata.
Laddove non si pensa ovviamente ad una vita individuale, ma alla "vita": i poeti vogliono trasformare il mondo, anche se nessuno riconosce loro questo potere / possibilità.
Secondo Breton, ed io mi accodo, "non ci resta che dare alle nostre opere quel senso che vorremmo che avessero le nostre azioni".
Ognuno combatte con le armi che ha.
Mariastella Eisenberg

R. Martino:
Si è molto dibattuto sul potere della poesia, e dell’arte tutta, di incidere sulla realtà. Il potere dell’arte sta tutto, evidentemente, nella sua capacità di trasmutazione, in quel viaggio nel segno, sulla carta, che ci può rendere diversi, migliori, seppur portatori delle nostre infinite contraddizioni.
“Non c’è altra verità che quella che si trasfigura in arte”, sosteneva Brodsky, e la poesia, con la sua capacità di sollevarci dal quotidiano faticoso vivere, è capace di distaccarsi dallo mero spazio mentale per presentarsi in altra forma.
Assegnando alla poesia il ruolo, la funzione, di incunearsi nel sentire collettivo insieme alla coscienza culturale, la si rende mezzo efficace di una rinascita, dello sviluppo o della intensificazione di una cultura critica. La poesia non sostituisce per questo la realtà, ma può renderla più sopportabile, conoscibile, almeno in parte modificabile, nella misura in cui è in grado di raggiungere la sensibilità delle persone che ne fruiscono.                                          
                                                                                                          Ketti Martino


D 3.
Una dichiarazione sulla personale accensione della fiamma compositiva, il demone angelico de l’Art poétique.

R. Coppola:
Ho altre volte parlato dello sguardo mancino della poesia, quella necessità lirica che prende perché senti il bisogno di vivere doppiamente un’esperienza, stressando il dato della realtà e giungendo a percepire un punto di vista diverso, divergente e trasgressivo. La poesia, come dice Mario Luzi, aggiunge vita alla vita. Opera una rivoluzione interiore, duplica ogni momento. Scrivi e rivivi l’attimo, plachi scrivendo l’inquietudine che anima il giorno e quella percezione tira con sé una catena di parole, disegna un’immagine e poi un’altra. Non l’amore, l’odio, l’indignazione, la nostalgia, la malinconia, la tristezza, la perdita, nessuno di questi sentimenti nella sua forma solo reale e vissuta ma il sapore che li precede mi cattura e mi indica la direzione. Non mi permetto di viverli solo nel qui e ora ma una parte di me esige la mediazione della scrittura, la tentazione di metterli in forma. Il demone che ti chiede di fermarli sulla pagina prima che scorrono via lontano, per combattere la dimenticanza. Dare luce ad ogni crepa, riempiendo gli interstizi con l’oro della parola.
                                                                                                      Floriana Coppola

R. Eisenberg:
"Dolorosa euforia di finimondo: / finalmente / cose del pensiero / e / oggetti della mente /non sono una cosa mai / e / allora / borbotta / una lingua di meraviglia / in un possibile altrove./ Necessaria la poesia al mondo." Inedito
Mariastella Eisenberg

R. Martino:
L’idea che il poeta sia ispirato dalle muse o da qualche demone segreto o divinità è stata sempre presente in tutte le tradizioni culturali. La funzione della poesia era quella di entrare in relazione con una zona sconosciuta e oscura dell’uomo della quale il poeta poteva farsi interprete/mediatore, e in ciò risiedeva, e ha continuato a risiedere per secoli, gran parte del fascino e del mistero del poetare e della sua scintilla.
Personalmente condivido questo sentimento, assumendo l’atto di scrivere quasi come disvelamento di un “segreto”, quel segreto di cui ha parlato anche la Zambrano, che dev’essere scritto per essere “fermato”, e che nulla ha, però, a che vedere con l’inconscio o con il magico, bensì con il guardare la realtà oltre la realtà, come in una costante, incessabile indagine fenomenologica.
Ciò che muove l’attimo poetico, che accende la fiamma compositiva, implicando uno stato di tensione e di “allerta”, urla sempre l’esigenza di essere detto, non certo come frutto di casualità ma di un preciso intento conoscitivo, indagatore. Questo, per garantire la permanenza di quel vasto ed inestimabile patrimonio di vita, morte, amore, gioia, dolore, proprio dell’essere umano e di ognuno di noi.
                                                                                                           Ketti Martino




martedì 20 maggio 2014

APPUNTAMENTO AL CASALE - Un pugno di irresistibili irredenti all’ombra delle Muse


Quando, alcuni anni orsono, i coniugi Palmieri / Eisenberg pensarono di battezzare la tenuta in Laiano (Sant’Agata dei Goti) semplicemente Il Casale, certo non pensavano a una sorta di bed & breakfast occasionale, tantomeno ad un punto di riferimento (ci si augura in itinere, in progress) per incontri di poetica fra prede & sacerdoti dell’ineffabile poiein.
Il Casale ha aperto i suoi cancelli a scrittori, poeti, pittori, musicanti: artisti in generale, se la definizione, espunta dal ridicolo cui la espongono falangi di improvvisatori e di strampalati intellettualoidi sciroccati (dame in decadenza fisico-cerebrale, dal dubbio pedigree araldico-erudito, torve maestre d’asilo in urto con il mondo, moscetti snobboni che credono d’incarnare l’esprit flȃneur, opache zie Caroline col vezzo d’insegnare (gulp!) scrittura creativa, professori toccati dai sonagli di una sferragliante, innocua, pittoresca follia) può ancora essere impiegata in forza d’una spallata di credibilità.
In ogni caso, sabato 10 maggio u.s., per la seconda volta, uno sparuto drappello di annosi pionieri del culto e della diffusione delle poetiche, si è radunato nel rustico, raffinato, accogliente tempio pagano custodito e tutelato dall’arguto Pasquale Palmieri, pronto a battezzare gli eletti convenuti sguainando l’anima di lucente (e tagliente) metallo d’un apparentemente inoffensivo bastone da passeggio, efficiente, quand’occorra, più d’una letale coppia di rottweiler foraggiati a croste di formaggio e acqua per una settimana intera.
Più leggiadra, la consorte Mariastella, fluttuante come una figurina di Dresda, sorridente, fresca di giardino e di cestini di primizie, appena rientrata dalla passeggiata del Lungosenna, o transfuga da un Cafè, col suo inventario di violette e cigarettes.
Qualcuno, viziato dai mondani e frivoli salotti di città e provincia, penserà ad un futile incontro fra sciagurati pataccari, edaci di riconoscimenti caduchi, fanfaronati dall’inestirpabile chiodo dell’invasamento poetico alto e ineffabile; magari ad un meeting dorato e scorticato di Lyons, la cui patrona è l’immancabile preside a riposo, restaurata sul modello di Maria Antonietta in improbabile toupet “fintobiondosmorto”, lustrini e vibrazioni, poco prima della salvifica discesa di madame la guillotine sul vizzo collo di gallina padovana; oppure ad un altrettanto sciapito, superfluo reading, i cui protagonisti, privi della facoltà, dell’interesse e della cortesia dell’attenzione, fremono, ringalluzziti, impazienti di esibire versi banali e abusati, logori e irritanti, ad un pubblico altrettanto distratto, creativamente scianchellato e inguaribilmente autistico.

Non è quel che accade al Casale. Che neanche però è il severo, claustrale ricovero di seriosi aspersi dalle Muse, di accademici coi pollici ficcati nei taschini del gilet e di scrittrici dal profilo immortalato nel più fragile e ipersensibile cammeo dell’irraggiungibilità e del mutevole, suscettibile umore bisognoso dei soccorsi delle pezze in fronte e del laudano.
Gli amici del Casale sono comuni persone non comuni, che esercitano il rispetto anche nei confronti di chi non lo meriterebbe affatto, e che si ritrovano per colloquiare, è vero, con la Poesia, senza tuttavia spararsi pippe o atteggiarsi in pose; essi si confrontano, nel senso originario e puro del verbo, che altrove ha imbastardito l’accezione. Sanno ascoltare, ascoltarsi, e dimostrarlo con interventi appropriati, intelligenti, a rifrazione reticolare, come dev’esser l’esercizio di una cultura viva.
Naturalmente non si respinge con “nobile”, ipocrita sdegno, il momento conviviale, col pretesto che la parola nutre e disseta palati ed epa. In realtà le signore, solerti tanto allo scrittoio quanto accanto ai fornelli mai spenti, si sbizzarriscono in prove del cuoco che farebbero invidia agli chef dei (troppi) programmi televisivi dedicati alla crapula. Altro che menu di ristoranti a tripla o quadrupla stella. L’est est est vale per i beveraggi generosi e per i non avari o sguarniti piatti, le sperlunghe, le spaselle, le tortiere, colme di ogni ben di Gargantua e Pantagruel, per una sacrosanta, generale strippata!
Ad onorare l’invito, ufficialmente formulato dal maestro cerimoniere, il poliedrico, ubiquo poeta Giuseppe Vetromile, il critico/poeta Raffaele Urraro, il sottoscritto, la poetessa Marianunzia Masullo, l’attrice poetessa Angela Caterina, il prof. Alexander Daguerre, di lingua madre inglese, e cognome francese, la fine locutrice Orsola Ferraro. Ospite d’onore, la grande Assunta Finiguerra, poetessa lucana scoperta da Franco Loi, figura tormentata, baciata dall’ispirazione e dal genio rivoltoso, indomito e iconoclasta; fra i pochi autori del sud a evadere dalle angustie della propria cella/ cellula provinciale, vanta pubblicazioni prestigiose presso Einaudi, Mursia, Lietocolle. Da “Tatemije” (Mursia) sono stati interpretati, a più voci, versi incandescenti, spregiudicati, rabbiosi, eppure con gemme di delicata dedizione alla vita che a lei sfuggiva (sarebbe morta di cancro, sola, senza che nessun poeta cortigiano, che l’assillò in vita per godere di gloria riflessa, presenziasse almeno ai funerali nella natia San Fele). La Finiguerra, poetessa a tutto tondo, unica in grado di trarre dal suo dialetto versioni in italiano fedeli e di straziante bellezza, sarà più degnamente commemorata nel corso di uno spettacolo, in autunno, organizzato da Logopea, dal Circolo Anastasiano e dal Casale laianese.




Partecipazione alla Poesia è aderenza alla Vita, intensa e appassionata, eppure nello stesso tempo periferica, complementare ad altro; sia nella negatività esistenzialista, sia nel più impietoso journal dove le memorie graffiano e commuovono; sia nel neo barocco sia nel mito dell’atemporalità scandito nella precisione “pascoliana” del lessico; per approdare agli erti pendii delle sfide avanguardiste. Strappi, cuciture e convergenze tra nostalgia e desiderio in Vetromile, dall’humus rigoglioso e fluorescente, mentre scava nei paesaggi desolati di un pessimismo lì a mordere in ultimo se medesimo, svelando se non finale epifania, un rovescio di camaleontica cauda non esente da possibile scioglimento, magari riconoscendo nell’Ente Dio il ritratto dell’anthropos strisciato dal brodo primordiale. L’armonica cassa di risonanza della poetica di Daguerre, fascinosa, filosofeggiante e ironica, con savia spezzatura, ha fatto da contrappunto alle intemperie brulicanti del quotidiano in Caterina, Masullo e Urraro, con i reciproci cocci da raccogliere con dignità e pudore, nella confessione dell’errore o nell’ebbrezza del ritrovamento, durante l’eterno vagabondaggio emotivo. Su tutto, una parola incolpevole, come la definisce Raffaele Urraro nell’ultimo libro, alla mercè dell’autore, che tanto può malintenderla e tradirla, quanto sfinirla e consumarla in un uso improprio o isterico in contusione-confusione, vaniloquenza, estetizzato all’eccesso, o stondato senza freno, nella tensione all’essenzialità come valore superno. Le elegie delicate, che spazio danno, e luce, al senso dell’universo delle minime cose in Marianunzia Masullo, si confrontano con le cariche d’accumulo, tumultuose, grondanti lacrime, di Angela Caterina, dall’occhio istrionico che enfatizza in chiave espressionista estasi e dramma. Mariastella Eisenberg resiste alla spoliazione brutale del distacco con picchi kafkiani, che echeggiano del motto riformulato: la scrittura deve essere l’ascia nel mare gelato dentro di noi. Ma la bionda e doviziosa anfitriona è maestra di variabili multiple e insospettate nella percezione della lingua nel suo spettro fonetico, acustico, cromatico e visuale, per cui accanto alla gamma delle lacerazioni e della paralisi traumatica, o forse nascenti proprio da esse, per processo rigenerante e per un meccanismo di sfuggenti compensazioni e “risarcimenti”, ecco le…librazioni di uno spirito panico o addirittura i radiosi scampanìi di uno scompiglio fantasioso, riconciliante, scherzoso, spesso nell’ammiccamento alla filastrocca per l’infanzia.
I poeti si sono interrogati sulle reciproche prove, discutendo di stilemi, dalla figuratività alla prospettiva esistenziale, dalle icone di autenticità delle radici al fuoco delle fedi, laiche o religiose; soprattutto indagando sugli spazi bianchi di corbièriana memoria, disseminati nelle pulsazioni di Amelia Rosselli, Jolanda Insana, Derek Walcott, per citarne taluni e non da poco!


Quanto ai pretestuosi assenti, dei quali s’impone, o Vetromile, o Eisenberg, la stesura di una lista di proscrizione, non se ne è sentita la mancanza. Personalmente costoro non mi provocano sbalorditivi ectròpion; né ho bisogno, per crescere, delle ruminazioni estenuanti e balorde di lesbiche velate e di baldracche senza veli, di languidi santoni dispensatori di formule buoniste da manuale delle Giovani Marmotte, di stagionate zie Caroline con le muffe sui polpastrelli, di ninfette ascensioniste del Parnaso, pronte a schiuder le labbra di bocca e vagina pur di ottenere effimeri traguardi che cozzano contro la nullesia ruotolante che evacuano e smerciano. Già letto, già sentito, ripetitivo a rischio di raffiche di sbadigli! Ma per favore! Al buon Vetromile suggeriamo di non sprecare ancora mail e telefonate per mendicare i preziosi, compiacenti consensi dei magnifici puzzasottoalnaso, che ci considerano scartine e che invece NOI dobbiamo collocare, una volta per tutte, nella categoria degli organismi edafòbii; di rivolgersi piuttosto, in occasione del prossimo raduno, a giovani leve affidabili, concrete, sostanziose e umili (ce ne sono, ahimè, di montati e tracotanti, convinti che tutto sia a loro dovuto!).
Magari perché non diffondere la notizia che al Casale convergeranno nientepopodimeno che Niva Lorenzini, Tomas Tranströmer, Arnaldo Colasanti o la tallonatissima M. Grazia Calandrone? E lasciar fuori dell’uscio la mandria dei questuanti, di colpo interessati a casaleggiare? Io ne avrei il gusto e il coraggio.
Armando Saveriano

*

Ho cessato di porre domande al cielo
Corroso da invocazioni e jasteme
E l’abisso invocato mi ha porto
Con braccio in fiamme
Una tazza di sangue
Il sangue alle arterie dolenti sottratto
Queste
Bevi mi ha ingiunto la voce
Del Primo Motore Greveamaro
Che tra le ciglia mi tenta
Al punto zero il cuore
Non ti resta altro
O malinconico
O rinnegato
Diligentissimo idiota
Di là dalle trincee dell’appartenenza
La solitudine ti sia crepuscolare riflesso
Ineguagliabile oltraggio
E chissà se non ricompensa
Una macchia che s’irraggia essudata
Qui
Qui
E qui
Tu leccane la lama
Assaporerà lo schizzo del tuo fiele
Senza chiedertene il prezzo
Ma stabilirà la futura tua residenza

Ah ho trovato tra il fogliame contorto
E vorticoso dei pensieri delle tentazioni
Non un bellico quadrifoglio d’acciaio
Lo scorrere invece d’uno specchio
Nel palmo della mano
Dal cui skiaaantooo
Ho inghiottito cainico orrore
Tremulo
Un invincibile indicibile quid
Che fa di me ecclesiaste e neuromante
Un contraddittorio reimpasto

Sono forse responsabile
Sono certo responsabile
Io soltanto io
Quel che vedete quel che intuite
Quel che nemmeno sospettate
L’ho voluto l’ho creato
Io
Non le labbra di nebbia e di pietra del destino

O mia rovina avvolgimi
Sfamati di me
Digeriscimi
Ignobile metabolismo
È ora che io taccia del tempo
Dissipato per confessa vocazione
Reo sconcio baldanzoso
È bene che taccia di tanto consenziente
Cattura
Apostata fra agognati demoni meticci
Mio male inebriante abominio

Nacqui un sabato futuro
Nell’orto di vergini allettamenti
Una volta sola lampeggiò il peccato
E fu per sempre

Un sabato come questo amici del Casale
Con gli occhi rivolti all’altare
Dell’insignificanza
Perdendo dalla bocca che violò violata
Versi discosti dalla neve sul mare
Dall’arsura radioattiva della terra
Dal furto del respiro nei venti acerrimi
Colto nell’atto o tenebra
Di agghindare l’esalante anima
Con l’impalpabile scialle lunare

Armando Saveriano
Sabato 10 maggio 2014

*

Con l’aiuto del cancro sto figliando la morte
Parto asciutto e i reni martoriati
Mi fanno così male che raschio il muro
Dove c’è il tuo ritratto in cornice

E mi guardi con aria da buonista
Mafioso, delinquente e mariuolo
La morte mi fai partorir da sola
E non mi asciughi la fronte col fazzoletto

Tu sta’ tranquillo! La svezzerò con amore
Le darò biscotti e Ovomaltina
Spremute di arance e limoni
E yogurt per farle una pelle di seta

E quando sarà una bella ragazzina
La manderò in missione a casa tua
Saprà sedurti con l’arte della troia
E quel giorno per la fica morirai ucciso.

Assunta Finiguerra

(da: Tatemije, Mursia )

Assunta Finiguerra

domenica 20 gennaio 2013

Mutaciche e Sfigliate


Sono, con questi crudi, strabilianti aggettivi, le madri provate brutalmente dall’inaspettata privazione dei figli. Per l’esattezza, a coniarli e a farne uso ricorrente nei propri versi esonerati da retorica e da accomodamenti del cuore, è Mariastella Eisenberg.
Preside nelle scuole superiori fino al 2003, vanta la pubblicazione di testi scolastici (Perché ancora I Promessi Sposi, Marimar – Napoli, 1989), di romanzi (Sara, Guida – Napoli, 2005; Chiedi alle mani, Sovera – Roma, 2009), di poesia (Alfabetando, L’Aperia – Caserta, 2011). Si è molto prodigata per l’impegno civile a favore delle donne stuprate e vittime di soprusi domestici e lavorativi, spezzando più di una lancia per la diversabilità; nel carcere di Lauro ha promosso l’iniziativa coraggiosa e felicemente collaudata di un gruppo di lettura, sotto l’egida della Fondazione Premio Napoli. Compare in numerose riviste, nel ruolo di collaboratrice e redattrice.
Tra i protagonisti della mostra-spettacolo Il Poeta Nudo (Attraversare i sensi per accedere all’Arte della Poesia), organizzata presso il Centro Culturale Il Pilastro, di Gennaro Stanislao, con la regia di Patrizio Ranieri Ciu (autore anche delle musiche personalizzate per ciascuno dei 12 poeti partecipanti all’evento sensoriale), performance dell’attore Salvatore Iermano (Conservatorio Teatrale G. Battista Diotaiuti, Roma), foto di Enzo Patria, la Eisenberg partecipa, con altre due poetesse, Lucia Duraccio e Angela Procaccini, al récital/convegno TRE MADRI, per la direzione artistica di Armando Saveriano e Salvatore Iermano (associazione culturale Logopea, Avellino), manifestazione che si svolgerà giovedi 24 c.m. a S. Maria C.V. alle 18.00.
Lucia Duraccio, appassionata lettrice di Emily Dickinson, Jacques Prévert e Paul Claudel, fervente animo religioso, è attiva sul fronte dell’engagement assistenziale, opera nell’organico di enti benefici religiosi e laici, ed è al suo esordio di stampa con la vendutissima silloge Le Ceneri e il Germoglio, per i tipi di Per Versi, Grottaminarda (AV).
Angela Procaccini, voce dotta e conosciuta nel cono letterario partenopeo, conta all’attivo diverse, eleganti pubblicazioni: Breve come sogno, C.E. Di Mauro, Reggio Emilia/Cava de’ Tirreni, 1982; Simonetta - Come farfalla di maggio, Sugar Co, 1983 (con prefazione di Alberto Bevilacqua); Nebbie, Guida 2000; Angeli senza ali, Guida, 2002; Sguardi, Guida, 2006 (con prefazione di Angelo Cannavacciuolo); La ninfa dei fiori, Guida, 2008 (con note introduttive di Giovanna Mozzillo e Diego De Silva); Lunghi Capelli, Guida 2011 (con note introduttive di Maria Franco e di Ermanno Corsi).
Tre donne, tre poetesse, tre madri. Mutaciche e sfigliate. Unite dallo stesso impietoso destino, che ha portato via loro il frutto del ventre. Ognuna ha reagito allo strappo, ognuna ha cauterizzato l’amputazione, ognuna ha ritrovato, grazie alla resilienza personale (il cui grado è fortunatamente elevato in tutte quante le signore), il nastro di seta indissolubile che, avvolto al polso sanguinante, ben stretto, dà senso alla vita, permette di continuare, scisse tra dimora nel quotidiano e permanenza nella goccia d’ambra dell’intramontato ricordo, del sempiterno amore.
L’elaborazione del lutto, in questo particolare caso (non c’è dolore più grande della perdita di un figlio), è stato un processo tormentato, burrascoso, provante, spastico, e per sua genesi forgiante, corroborante per lo spirito indomito, che ha convogliato pensieri e sentimenti nel logos terapeutico dello scavo, della confessione, della verità. L’io poetante di Mariastella, Lucia, Angela, si è corificato, ha conquistato lo spazio ineffabile della non luoghità che ospita e non scaccia, che adorna con un velo di pudore il singhiozzo e il grido, che affronta la malinconia, lo spaesamento, la solitudine, l’amarognolo, la stanchezza nel calcagno, creando un giardino virtuale dove il filo spinato fiorisce di inarrendevolezza, di dignità, di profumi mnestici e di visioni prospettiche in grado di far arretrare il buio metafisico. Animo pagano e afflato religioso s’incontrano, si scambiano le impronte, si muovono nei propri calzari senza calpestare né polveri di vetro né timido aggetto di promessa; la dolcezza, la rabbia, la rassegnazione, il silenzio, il tuono, la disperazione, la fiducia, le armonie celesti, le sinfonie d’alba e di crepuscolo, il mondo infranto e riconsegnato al suo universo, il patto di rinnovata audacia nel camminamento a testa alta, l’evocazione di Dio e la sua Assenza sono i tasti musicali che tinteggiano il rito di passaggio dal presente al passato, dal passato al futuro. È un caleidoscopio di bollente ardore, una tundra di gelo per il sole che da opaco e lontano estrude una fune impalpabile di salvataggio, di pacificazione. Eisenberg è esplicita, netta, procede per taglienza votiva su un’arca/fornace pagana; Procaccini incarna la quinta stagione che fa trionfare i contrasti fra mestizia e gioia, fra canto e sussurro inaudibile, fra l’eludere e il fronteggiare, fra vulnerabilità e imperforazioni; Duraccio si fa forte della certezza di un perdurante cordone mai reciso, ha introiettato l’incidente atroce senza trasformarlo in implosione: se della sua scrittura facessimo la dissezione integrale non scopriremmo caustici intrusi, non mapperemmo dissimulazioni nei nascondigli della coscienza.
Nelle tre donne aleggia un differente misticismo, che completa la realtà e non congeda da essa. Per Angela è la metafora della natura che esplode nella sua ancestrale, irresistibile elementalità; per Mariastella è l’attimo che accozza la libido moriendi, la destrudo e lo sprezzo per la finitudine se essa si fa cieco araldo del destino, ma anche il rispetto per un disordine dionisiaco che ci fa intuire il sacro e ci illude sul sublime; per Lucia è la contemplazione di una luce interiore a intermittenza, il percetto di una sovrasensibilità estranea al conoscibile, eppure positiva e amica.
Le figlie rispettive si muovono discrete ma in plausibilità di presenza; non alitano fantasmatiche dietro un sipario; affiancano le madri, intrecciano gli sguardi in costante, pacato colloquio che arriva anche a noi che leggiamo, se apriamo gli occhi e ascoltiamo.

ARMANDO SAVERIANO