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domenica 18 novembre 2018

"LA TERRA ORIGINALE" DI ELEONORA RIMOLO



LA POESIA FORNISCE LA CHIAVE PER NON CEDERE ALLA FERITA







Un’atmosfera erratica quella della Rimolo, in cui le parole oscillano tra sospensione, plurisenso e metalinguaggio. Sprigionano, i suoi versi, un dolore che emerge con foga, come nella tormentata esistenza di Rimbaud, con identico slancio e altrettanto valore: la sua è una verità scandita dalla sopravvivenza stessa, dall’innocenza e dalla conoscenza.
“La terra originale” (Lieto Colle - pordenonelegge.it), ultima silloge poetica di Eleonora Rimolo, è un viaggio nel subconscio, un’ispezione/introspezione profonda che percorre un’intera vita o parte di essa, un quesito velato, un viaggio sacro nel paese più straziato, che come Ungaretti ci ricorda, spesse volte è il cuore. Questa poesia giunge come una sorta di invito, propone una riscoperta, una congiunzione tra la memoria e il tempo, fra l’erranza e l’appartenenza. “Lì dove la memoria lontana / è la sola geografia che resta / ciascuno povero di carezze / vagabonda per le brevi strade.” Sembra quasi che il cuore smarrisca il suo indirizzo, qui, che la solitudine sia ancorata alle radici, all’antro più recondito del proprio essere. “Tu ami al sicuro… io qui tra pazze lettere / dimentico gli indirizzi… mi sogno fuggitiva tra le risa isteriche / di chi balla tutta la notte / fino a cercarsi, proteggersi.” È dunque un primordiale bisogno di protezione: giace qui racchiusa la funzione della poesia, terapeutica, quasi farmacologica. Si percepisce, a tratti, un’orfanzia, una privazione che rattrista, un rabbuiamento. Probabilmente è da questo presupposto che scaturisce l’esortazione al ritorno: “…dobbiamo tornare in cerca della casa originale, / della prima cellula essenziale”.
La terra originale forse esiste, deve esistere, o dev’essere essa a trovare noi; il nostro è un viaggio che ha come meta un presente che diventa memoria e un ricordo che si reifica inatteso e sofferto. I versi sembrano oscillare in un costante e coerente binomio di interruzione e ripresa, slancio felice e rattrappimento nel labirinto, lama di raggio e nuvola che rabbuia. La Rimolo ha un senso drammatico che si stempera, si assottiglia un attimo prima di addizionarsi a strepitose angosce già percorse e (temporaneamente) abbattute. Talvolta i versi fanno riaffiorare una sofferenza in termini di paradossale ossimoro, in cui il possesso diventa prigionia. Chissà se riuscirà il tempo a lumeggiare quei grovigli, a conferire una fissa dimora evitando il transito “da una terra all’altra”. Certo è che la poesia fornisce la chiave per non cedere alla ferita, per non inchinarsi all’ignoto, allo sterminato peso dell’assenza o della non presenza.
Un poeta non sempre deve indicare la strada verso ameni colli, o bramati lidi. È fondamentale il messaggio intrinseco della parola, della poesia stessa, racchiuso forse in queste penetranti righe de “La terra originale”: “…io cerco solo una recinzione, un pascolo / sterminato, un istante terminale in cui / capire tutto prima di sparire.” E ancora: “Perdonami, sai com’è vivere quando / ti lanciano addosso le cose, una sola / adiacenza pagata con abiti ancora / umidi, con questo spasmo sintetico / …che si mangia che si digerisce come / un frutto appena colto nella nebbia / di un giardino…”


                                                                                                  DAVIDE CUORVO



ELEONORA RIMOLO – LA TERRA ORIGINALE – LIETOCOLLE / PORDENONELEGGE.IT 2018 –  PP. 70 –  € 13,00



Con i muscoli rotti dall’umido passo
trasciniamo le settimane, pronunciamo
distintamente tre parole sole. Essere
stanco significa soffocare dentro a un letto,
spendere meno sangue possibile per non
replicare il dolore: in questo modo
non ricrescono le voglie, si eradicano
tutti i contagi e in me non resta
che il deserto asettico dove ci siamo
contaminati, in cui siamo stati lasciati.

*

Prego la terra, questa nostra terra
che trafiggo coi pugni chiusi per possederla,
lei che di esili rami spoglia le campagne
mentre i tronchi proni da lontano
- anime penitenti in paziente attesa -
perdono i contorni, le cime nello sforzo
della definizione. Percepisco
intorno una strana abbondanza
orizzontale, per questo piego anch’io
lo sguardo, mi rivedo attraverso
il vetro sporco, fantasma specchiato.

*

Era reale sovrapporre l’andata al ritorno,
cambiare loro il nome, mutarne l’emozione
in cosa nuova, una barricata tenuta alta
dalle piccole povere mancanze
che non so evitare. Mi muovo assistendo
ad uno spettacolo che mi inquieta,
saturo tessuti troppo tesi per non lacerarsi:
lo faccio per capire se davvero
un momento è uguale ad un altro, se
si può uscire dal guscio molle dei mesi,
masticandolo fino a saziarsi. Intanto
ti guardo fare gesti banali, rincorrere
la gloria, carezzare la bellezza, inchinarti
al suo idolo sfuggente: non so decidere
un amore, un dolore a te destinato; io
cerco solo una recinzione, un pascolo
sterminato, un istante terminale in cui
capire tutto prima di sparire.


ELEONORA RIMOLO




Eleonora Rimolo
Davide Cuorvo












giovedì 19 aprile 2018

DAVIDE CUORVO – "LA MISURA DEL SILENZIO"



UN GIOVANE TESTIMONE DELLA SOLITUDINE DELL’IO POETICO







Un libro, anche se di poesie, è bene cominciarlo a leggerlo dall’indice. Di solito ciò che ci viene da esso, quando non è soltanto una pur utile e semplice assegnazione di un numero di pagina ad un testo corrispondente, può rivelarci qualcosa di più del consueto elenco: la fisionomia di un volto, quello del testo nella sua interezza, il profilo di un pensiero, la sintesi ragionata del percorso compiuto dall’autore.
Così nell’ultima raccolta di poesia di Davide Cuorvo, La misura del silenzio (edizione manni, 2017), l’indice è un buon punto d’osservazione, un terrapieno da cui gettare uno sguardo ricognitivo prima della lettura dei versi.
Il volume, dal titolo suggestivo – come quasi ogni titolo del resto – è composto da due sezioni entrambe contenenti venti poesie, la prima intitolata Euritmie, la seconda Decadenze, con una soglia centrale di separazione tra le due, un Entr’act: un intermezzo d’intimità filiale, collocato in una pausa in cui sembra risuonare per il rilievo della posizione e di nominazione della stessa un velo di tributo all’altra passione del nostro, quella teatrale, di cui avvolte sembra ritrovare un segno nella stessa impostazione della voce poetica, come se in essa fossero sempre vigili un’attitudine e una predisposizione al monologo su scena, così vibranti in quel “Chiedetemi” iniziale di A mio padre, la poesia-monologo dell’Entr’act, per l’appunto, in cui Cuorvo sembrerebbe rivolgersi ad un uditorio più ampio che non il singolo lettore, ad una complicità infoltita nell’ascolto e nella ricezione e alla quale sembra rivolgersi non con le parole scritte sulla pagina, quelle che il poeta affida al segno su carta (altrove scrive: “Ho voglia di carta sulle labbra / per coprire le ferite del tuo sguardo”), ma con parole pronunciate come su uno spazio scenico : “parlo di un padre / che non conosceva il figlio / parlo di un uomo / che senza figli è divenuto padre / non sono qui / per narrarvi una storia / non fu mai scritta”. La diversità del tono fa del testo un unicum nella tessitura complessiva della silloge: qui, dove si raccolgono “un’anima abbandonata” ed un compito esclusivo (“solo io, che ho dormito nel suo cuore / posso raccontarvi…”), il poeta si rivolge ad una pluralità non meglio definita, un voi che mette in confronto la singolarità poeticamente scenica della sua destinazione legittima e il luogo di un tu assiduamente frequentato nel corso degli altri testi.
Euritmie, il titolo della prima sezione, è lo stesso con cui s’intitola l’ultima poesia della seconda sezione, Decadenze. Il richiamo alla fine dell’abbrivio iniziale suggerisce l’attenzione per un senso di proporzionalità e di armonica distribuzione delle parti nella struttura del testo, che sviluppa e riavvolge la sua tensione fino al momento elegiaco dell’abbandono allo spazio della solitudine: “Dole l’anima al mancato appuntamento / senza senso, senza sogno / sulla riva di un’altra silloge / di sassi.”
In tanti versi della raccolta è come un incontro mancato con l’altro, il tu che invocato nella notte è il margine amaro del silenzio, l’occasione non restituita in forma di fiore dall’Assenza di confine: “Era d’estate quando ci provai; / saltai quel fosso, poco distante dal cuore / e giù di lì, per quella strada corsi. […] in quel confine dove un fiore / si può amare, senza un tocco”. “(Il ponte non portava a te, né il cuore)”. “Desiderai pattinare nei tuoi occhi / mentre tu chiudevi le imposte”.
Questo è un tu che è chiamato molte volte quasi a testimone della solitudine dell’io poetico, della sua impossibilità di sciogliersi realmente alla luce dell’altro: “Ed io mi crogiolo nell’attesa vana di cercarti / e darti un nome, un barlume nella sera tarda”, o si veda come in quel “Mille e mille volte ancora” di reminiscenza catulliana, a chiusura della poesia "In fondo al cuore a non cercarti", si stabilisca una relazione in termini rovesciati col poeta latino. Laddove, nel carme dei baci, risuonava con furore l’invito a Lesbia a lanciare in un entusiasmo condiviso le briglie del desiderio oltre i lacci delle convenzioni, in questi suoi versi il nostro sembra fare implodere lo straziante ossimoro dell’odi et amo di altro celeberrimo distico in un dissidio irresolubile, ma non per la prepotenza della passione, quanto piuttosto per una mancanza raggelante di convinzione: “Se solo avessi la certezza che amarti / poi bastasse”, tranne poi rivolgere più avanti, quasi a balsamo di un senso di colpa bruciante, una preghiera all’amata per aiutarlo a sciogliere un nodo di sentimenti in lui tutt’altro che inspiegabilmente intrecciati fra loro: “Ma non odiarmi, / come il vento quando ti respinge”. Con un verso di compiaciuta dichiarazione: “Ad amore appartengo”, che apre forse lo spiraglio ad una prospettiva di lettura della solitudine, vissuta in un’ambivalenza di atteggiamento stretto tra questi due versanti poetici, tra l’appartenenza al proprio immaginario e il timore di sparizione dello stesso, tra “Non ho mondo eppure appartengo: / abito l’ultima stanza del mio cuore” e “la bianca parete che nasconde i miei silenzi / agli occhi vuoti della morte”.
Ma la misura del silenzio è anche un fondamentale euritmico della scrittura poetica, come nella musica la misura è un gruppo di note o di pause con una durata definita.
Non può esserci parola, necessità di verso, che non sia sostenuta dallo spazio bianco del silenzio, principio di una partitura scolpita nel respiro del tempo, fonte d’ogni possibile pronunciamento sulla pagina, inaudibile ed ineludibile: “Nessuno lo percepisce – il silenzio – […] come quando d’inverno attecchisce la neve / e non emette lamento”. Il poeta ha cura di ciò che svanisce nel silenzio e di ciò che da esso ci giunge in forma di una folata improvvisa, una foglia raccolta dal vento, una crepa nel muro, “la panchina [che, ndr] immobile mi scruta lungo il viale. “Dovrei aver cura della punteggiatura / del distacco dal bianco / - disunito - / dei silenzi a sfiorare la terra.” Il silenzio che è distacco e ascolto totali nel cuore della notte, abisso di giacenze e di rinvenimenti sprofondati nei ricordi e nell’oblio di ogni memoria, è anche il punto d’incontro de “le terre dei vivi e dei morti”. E’ considerando questa vicinanza al tutto e al niente, è partendo da questo spirito di appartenenza al flusso evanescente della vita e alla memoria vivida della morte, che il poeta può fingersi ortensia, aprirsi a un flusso di esistenza senziente, in cui le varie forme di vite presenti, future o passate, animate e inanimate, s’intrecciano fra loro, fondendosi in una sola sostanza assieme alle  tante manifestazioni vitali del suo essere in un tempo altro, non definito, un tempo senza tempo: “Sono fresia proclamata nella notte”, “Sono polvere, inesorabilmente, / perfino all’ombra, nei sospiri.”, “Sarò fossile nel tuo prato”, “Avrei voluto essere materia leggera”, “sono goccia tua di terra”, “ Sono un quadro sbiancato al sole”.
Dall’inizio della silloge il silenzio si dilata fino a sfiorare e invadere in tante immagini poetiche il campo dell’inesprimibile, ovvero del silenzio da cui non si torna se non in ombra di fiato. E’ lo stupore innominabile, la voce da rinvenire, l’opera che non si può compiere finché si è vivi, da completare altrove: “la lapide, scolpita / da un artista a corto di scalpello”, “i marmi impressi di memorie / (s)traccerebbero la voce / alle pietre sorde”. Qui, in questa dimora del silenzio, le cose, i ricordi, le parvenze del mondo possono essere nominate solo con la lingua del silenzio: solo “le parole simili al silenzio, rendevano l’assenza”.
Il termine “silenzio” è tanto fittamente ricorrente in queste poesie (sia in forma di lemma caratterizzante della raccolta, sia in espressioni attinenti e contigue alla sua sfera semantica: dal fiore che “abbassò la voce / tanto che tacque” ai “taciturni bordi” accanto ai quali le acquietate “paure: provano a far pace / con le ferite”) da indurre il lettore a riflettere su cosa sia in effetti il silenzio: questo silenzio.
Ci sono due versi che aiutano a chiarire qualcosa al riguardo, due versi appartenenti ciascuno a due poesie consecutive della prima sezione, il primo in Due fragili note (“In lontananza s’udiva un silenzio loquace), con significativo ossimoro, il secondo in Ed è silenzio (“Persino i miei silenzi ascolti?”), verso la cui icasticità è sottolineata, qui come pure in altri testi, da un effetto di straniamento del corsivo. Questi versi dicono di un silenzio che parla. Di un silenzio che in quanto parlante può essere udito. Si ricordino “le parole simili al silenzio” e il verso conclusivo di Assonanze, “Si fa tenue il respiro e accoglie il silenzio”. Il respiro, principio essenziale e condizione necessaria della fonazione, è origine del linguaggio e dell’ascolto. Dunque il silenzio parla: il silenzio ci parla: e noi lo ascoltiamo: e da lui siamo ascoltati. Nell’ascolto è l’accoglienza più totale. L’ospitalità è il cuore dell’ascolto, il centro del silenzio sconfinato. Anche mentre tacciamo e lo ascoltiamo, il silenzio ci giunge attraverso il linguaggio.
Nella poesia che reca il titolo Il confine del silenzio l’autore scrive questi versi: “Nessuno lo percepisce – il silenzio - / nessuno scorge la crepa nel muro, / o il vessillo del vento quando / s’accostano le nubi e irradia la pioggia.”
In questa dimensione il silenzio è lo spazio non frequentato, il visibile non scorto, da tutti i parlanti, da coloro che sono tali perché possono pronunciare parola e possono dire anche del suo silenzio. Qui, tuttavia, il silenzio si dice negandosi, parla un linguaggio non affidato alla parola, ma ad una percezione, inespressa e mai pienamente esprimibile. Il silenzio, questo silenzio di cui scriviamo, non è legato ad un’assenza di suoni, ma è qualcosa che viene dal centro di una profonda esperienza col linguaggio: qualcosa che anche quando non si consegna alla parola è comunque rinvenibile, percettibile in altro, in una sorta di linguaggio per accadimenti segreti, non sempre scrutabili nell’aperto della coscienza: una dicitura per segni, anche per ciò che accade al di fuori del nostro cerchio, della capacità e possibilità di farne parola. Il linguaggio delle cose: un linguaggio che chiede ospitalità al nostro.
“Nessuno scorge la crepa nel muro”. Però quel nessuno c’è. Quel nessuno è il poeta. Un nessuno che possiede nel silenzio la scintilla del linguaggio. Questo nessuno in quanto essere parlante può uscire dal silenzio e farci giungere anche la voce delle cose. Ecco che dunque la misura del silenzio è l’essenza stessa del respiro poetico.
La peculiarità della poesia di Cuorvo risiede in una spinta proliferativa di immagini, secondo il procedere del dettato poetico lungo una duplice traiettoria: l’una che introduce squarci del reale dall’esterno all’interno della sensibilità del poeta e l’altra che conduce dal di dentro alla manifestazione verso l’esterno di un’incalzante urgenza espressiva. “La brezza m’intenerisce le guance e lancia / un belato nelle praterie dell’azzurro”; “Il fiore chiedeva di cambiare tono / e il suo grido era fioco alito di vento”, “Se fuori è tempesta, mi comprimo / alla foce dei tuoi sospiri. […] Se fossi qui poserei il cielo nei passi”.
Certo queste due traiettorie non sono rigidi andirivieni, sono anzi un flusso continuo di proliferazione semantica, propria di una versificazione ricca di simboli e di metafore, che attraversa più contesti di decifrazione agli occhi del lettore e, in molti casi, dello stesso poeta, tingendosi sempre più di una enigmaticità precipua, privata e allo stesso tempo condivisibile. Il passaggio dal livello denotativo-connotativo della lingua alla polivalenza del simbolo richiede sempre uno sforzo inesauribile di comprensione da parte del lettore, che sulle tracce dell’autore compie un tentativo di viaggio ermeneutico-emozionale dalla convenzionalità dei codici all’individualità dello scrittore. In molti casi, come in questo di Davide Cuorvo, la musicalità del testo non è solo un’integrazione di senso, ma il viatico per una conoscenza altra della realtà, un procedere nel mondo la cui modalità di adesione al molteplice è stata soppiantata e violata dalla dominanza del pensiero razionalista moderno: una vincolante reductio ad unum.
La poesia intitolata La notte si apre con un simbolo di forte connotazione culturale, l’albatro. La capacità allusiva, plurivalente del simbolo è quasi immediatamente piegata al servizio di un’intenzionalità espressiva, mimetica dello stato d’animo dell’autore. Qui il volatile si svincola subito dal pensante retaggio di simbologia baudelairiana e viene ad acquisire una posizione defilata, appostato in cielo, in un punto non agevolmente concepibile secondo i criteri della geometria, “sugli angoli delle labbra rotonde”, quasi da osservatore tutelare delle sorti di chi è convocato alla presenza della propria notte, tra una fitta rete di metafore e la sapienza degli elementi: “Vorrei che [il vento, ndr] m’insegnasse a cantare la notte”.  E’ sempre in questa poesia che è possibile cogliere in maniera tangibile uno degli esempi più plastici dell’operare secondo le due direzioni di cui ho tentato di dire poco prima. Gli stessi elementi e aspetti della realtà osservati in questi versi della seconda terzina della poesia, che da fuori giungono a contatto con l’inconscio del poeta (“L’inquietudine attraversa la cruna / dell’ago e la pioggia cade dagli alberi dormienti”) subiscono più avanti un’alterazione semantico-emotiva, nel senso di una proiezione verso l’esterno, che li porta ad assumere una pregnanza inquieta, fortemente metaforica, con una drammatizzazione espressionistica in quegli arbusti di lacrime (“La notte è una fronte dove gemono i sogni / con gli arbusti di lacrime e i fiori a novembre”).

                                                                                                 RAFFAELE SCHETTINO






IL CONFINE DEL SILENZIO

Ho conosciuto il silenzio rintanato
nell’ombra, dopo le risa chiassose dietro
le case. Nessuno lo percepisce  - il silenzio -
nessuno scorge la crepa nel muro,
o il vessillo del vento quando
s’accostano le nubi e irradia la pioggia.
C’è solo l’insonnia a tramare in agguato.
Per questo mi astengo dal centro del mondo,
sa di amaro quel posto.
Approdo ad ogni notte con pagine vuote,
come quando d’inverno attecchisce la neve
e non emette lamento.
Rimango illuso a delimitare il mio passo,
a prosciugare i minuti, evitando il rumore.
Senza accorgermene definisco i dinieghi,
poggio un guanto ai singhiozzi.

*

L’ASSENZA

Incalza la notte e più il tormento
m’assilla.
Hanno scarpe consumate, i giorni
affacciati al balcone, stanchi del viaggio.
Mi assistono le pareti. Mi comprendono talvolta.
Non nascondo i buchi
nelle suole, la fuliggine nei capelli.
Mi sorreggono, sotto i tetti che non odo
pronunciare, e le case, e i sospiri. E l’ultimo
scorcio di cielo. Ho perduto appartenenza.
C’è un latrato dirimpetto al silenzio.
Come al crepuscolo, quando non è sera e la nebbia
accondiscende al mio tacere.
Vivo al fondo dei respiri, come schiavo.
Non ho mondo eppure appartengo:
abito l’ultima stanza del mio cuore.

*

LA NOTTE

L’albatro può finalmente appostarsi
nel cielo, sugli angoli delle labbra rotonde.

Nella notte secca è la luna che brucia
il respiro. L’inquietudine attraversa la cruna
dell’ago e la pioggia cade dagli alberi dormienti.

Perché piange l’alba non saprei spiegarlo.
La brezza m’intenerisce le guance e lancia
un belato nelle praterie dell’azzurro.

Nella notte non è mai un numero il cuore
ma un paesaggio e la sua ombra,
una chitarra dove gli uccelli riposano.

La notte è una fronte dove gemono i sogni
con gli arbusti di lacrime e i fiori a novembre.
E’ una spalla ancorata alla pietra
senza curve nell’acqua, né penombre ghiacciate.

Di notte vedo il vento correre incontro alle onde
abbassando le braccia e calcando la rena.

Vorrei che m’insegnasse a cantare la notte.

DAVIDE CUORVO



Davide Cuorvo
Raffaele Schettino













venerdì 27 ottobre 2017

STELLA: LA TAGLIA DEL DISTACCO



IL RISCHIO DELLA PAROLA TRA CONSAPEVOLEZZA E INCONSCIO







Nel tracciato poetico di Raffaele Stella, e all’interno del suo reticolare tessuto culturale, con dimostrati interessi e competenze non attinenti all’area specifica del campo letterario, ma all’avanguardia nel discettare, in abito scientifico e con passione morale, di scienze sociali, di storia, di politica, di psicologia, di bioetica, di fisica, con puntualità e precisione da logoteta, si evince una robusta vis critica e il contributo di un intelletto vigile e vivace nei processi di continuo rinnovamento, metamorfosi e fermento che condizionano la Vita, il Sistema, la prospettiva del Futuro. Una vocazione universalistica, la sua, una consapevolezza sofferta, in un mondo intercomunicante non più arroccato nelle arroganze di ambiziosi nazionalismi. L’andamento odeporico de LA TAGLIA DEL DISTACCO evidenzia con energica nettezza una professione di fede, con effetti tonificanti e inestirpabile cuneo civile, un neo-umanismo, una pressante, lucidissima, a tratti cruda meditazione su temi viscerali, volendo ritenere la Poesia – o essendo essa ritenuta – depositaria ideale di un progresso spiritualmente e socialmente vantaggioso al nostro sopravvivere sempre più tormentato, disagiato, nevrotico. Certamente la Poesia non è solo sublimazione; si riserva, tra i molteplici, il ruolo di accrescimento sui tanti versanti costruttivi ed esige riscontrabili verifiche oltre i confini della scrittura, dal momento che il suo profetico occhio all’interno del simbolico orecchio ricettivo sugli sbocchi o almeno sugli orientamenti della weltanschauung, anticipa e/o corrobora, senza fatalismi, la teleologia negli eventi, nei meccanismi dell’umana avventura.
Un dinamismo, quello di Stella, che non si auto-elegge mai depositario di verità o di soluzioni al crollo degli ideali o al fallimento delle pianificazioni; l’indagine poetico-filosofica suscitatrice di adesioni o di dissensi, tra i tradizionalisti e/o i liberali, specie se approda ad un bilancio non positivo e tutt’altro che consolatorio, è serrata e nulla trascura o discrimina. Punto di forza, anzi, di questa raccolta. Come ebbe modo di perseverare per anni il mirabellano Martiniello, fautore di una poesia di sostanza, di scotimento emotivo, Stella punta l’attenzione sul concetto di diritto umano, lo monitora e lo estende all’osservatorio globale, per restringerlo all’occorrenza sulla finestrella non subalterna, non ancillare, della comunità irpina, in maniera esplicita o allusiva, sottocutanea.
Sul dire poetico Stella sottopone il dubbio ricorrente se le parole già appena pronunciate non paiano invecchiate e inadatte, insoddisfacenti a trasmettere e a spiegare, mentre esse dovrebbero godere di alta cittadinanza nell’efficacia del messaggio, potenziato ed esteticamente elegantito, in ordine alla fedele educazione intellettuale e alla fondamentale sensibilità, dalla trasversalità del metalinguaggio, senza necessità che esso in apparenza oscuri o trasfiguri, come nel periplo di parecchi autori strenui difensori di un linguaggio tecno-cesellato che imbocca la via della indecifrabilità dei caratteri. Raffaele Stella dipana in tale accezione un filo resistente. Un filo che confessa, senza reticenze, il suo tempo storico, la sua appartenenza o disappartenenza al modello umano e cerca una conciliazione ardita tra consapevolezza e inconscio. Il rischio della parola è doppio ed è alto ( “Il verso non soggioga il foglio/C’è qualcosa che si oppone/e la parola non si esalta”); a volte Stella dà la sensazione di spingersi in un ‘di là da venire’ dove egli stesso la contempla, questa sublime, intrattabile, precaria parola, come reliquia inabissata e perduta, addirittura afasizzata ed estranea, sconosciuta, come in un dramma ciclico, come in un dramma scenico, commistione tra ‘Giorni Felici’ beckettiano e ‘La Lezione’ o ‘La cantatrice Calva’ nel repertorio celebre di Ionesco. E’ questo il perno ed il fascino de LA TAGLIA DEL DISTACCO: attrito o saldatura?  Astensione dal parlare, e quindi polemico riserbo, o rottura del silenzio e aperta stura del polemos?
Il polemos –o addirittura una metafisica del polemos– lo si espliciti o lo si dissimuli o lo si castri, è un ineliminabile elemento del continuum aggressivo nell’umanità, a partire da Eraclito, e caratterizza il giroscopio psichico nella stragrande maggioranza, benché parzialmente attenuato nell’uomo eterodiretto, che se però non assume atteggiamenti radicali, può sempre, prima o poi, e malgré soi (e succede!), riscoprirsi uno swimmer di acque nient’affatto controllate e tranquille. E Stella ce lo ricorda in tante modalità, da ‘Caino non è mai morto’ a ‘Non siamo mutati molto’, da ‘Jamel’ ad ‘Aspetto Giovanni da Farah’, da ‘La Guerra di Crimea’ a ‘L’oscurantismo non è mai’, a “Hiroo Onoda viveva nella giungla”. Nel frattempo, il Primum movens quale imperscrutabile ruolo gioca, nel credo universale? Stella con affilatura di denti stira un ghigno sarcastico e mordace, appena al di sopra del cinismo imbevuto di verde ironia: “E’ cambiato l’indirizzo di Dio” è un capolavoro di satira che sferza il volto e provoca i conflitti interiori della coscienza; sembra strafottente e ludico-blasfemo, il piglio del poeta, il quale si diverte sorseggiando una mistura di amarezza, di scontento, ma anche di resilienza nei confronti dell’inaccettabile, delle paure e delle fobie, delle mille assedianti insicurezze, con il decoro dell’impegno che non ha annacquato la propria dignità letteraria e intellettuale.
“Forse è solo l’idea del Divino/ a domiciliare in ogni testa// Che Dio sia solo una visione?//L’Onnipotente creato ad hoc/ da figli senza padri? Forse negli anfratti della mente/si scopriranno altre chimere…”
Dio si è autoesiliato, orripilato dalle miserie, dai delitti, dalle atrocità della sua creazione, ci ha vòlto le spalle o semplicemente sonnecchia: “Chi anima e manovra noi umani/sarà addormentato o defunto/per come vanno le cose qui in terra/per l’assenza di tratti di una creazione/con premesse di target prossime/a una perfezione assoluta…”
L’uomo dal canto suo, conflittuale, combattuto, sull’orlo del cratere, non è che “misere molecole indotte/ a credersi sostanza essenza/piuttosto che pura apparenza/ Un nulla incorporeo impalpabile/oppresso dal difetto iniziale/ di una falsa convinzione/ di essere qua e assolutamente concreto”. E rafforza la dose quando ipotizzando afferma: “Siamo materia organizzata/ nella trappola di un moto/che ci appare contrapposto/all’inerzia della roccia”; “Aquiloni indefessi abbattuti dal vento/ci alziamo ogni volta scomposti/fino all’ultima inevitabile caduta”; “…Improbabile ammettere che in fondo/non siamo più solidi dell’aria/afferrata e stretta tra le mani”. E semmai: “Percettori presunti di un Dio/ che non muove dito…” Questo l’uomo. Questa la condizione umana. E il Poeta? Un inguaribile, infetto da un turbine provvidenziale o apocalittico di parole lievissime quando farfalle, esplosive quando pallottole? Uno dei maggiori poeti polacchi del XX secolo, Kazimierz Wierzyński, così asserisce – e sembra il suo un vero proclama – : “Non vogliamo grandi parole, ma vogliamo una grande poesia; allora ogni parola diventerà grande”.  Proviamo a vedere da vicino se il suo ruolo – quello del poeta in generale – sostiene il peso dell’anima e del tempo. Stella non va per mezze misure: “ Sono quasi tutti morti i poeti/e nessuno custodisce più un cuore/nelle mani”.
LA TAGLIA DEL DISTACCO è in fondo la ‘scoperta’ o il riconoscimento del silenzio (o del logos inefficace che non colma la differenza) e della solitudine (l’uomo abbandonato su una panchina vagamente prévertiana, il fatto che “Passato e futuro sono inganni/false grandezze di un elastico teso”, un emigrare “ogni giorno senza rotta”, un emigrare “da un mondo che è miraggio/dall’ascolto non compreso/dall’ombra dove cammino”. Eppure, la Poesia, che è contraddizione, e che di contraddizione si sostenta, fa dire a Stella che: “ Lasciamo tutti una traccia/ e penso al moncone di olmo/tracciato da asimmetrie alla Mondrian/da miriadi di alacri formiche/Schegge di putrido legno/nella tomba en plein air/di questo giardino di luglio/Non ci sono bare così per tutti/Non per noi che iberniamo/improbabile vita nel marmo/conservando presunti ricordi/e policromie su carta emulsionata/ salvando il potenzialmente blasfemo/l’indecorosa inguardabile e oscena/fisionomia della morte”.
I morceaux poetici de LA TAGLIA DEL DISTACCO compongono un tessuto tramato di sudata virtude, frutto di un distillato di perturbazione rimontante e di armato contrasto in interiore homine con un metaforeggiare che non stonda del tutto, e parzialmente vela, i furenti segni dell’inappagamento e dell’ineluttabilità degli sprechi di un vivere che tendeva non all’autocommiserazione ma all’orgoglio (all’illusione?) del carniere pieno. Le percezioni del poeta non tardano a rappresentare la coscienza lucida del malessere, di quella squilibrata tensione, di quel malaise social avvertito e indicato dalla comune esperienza di ragione, logica e coscienza da parte dei luminosi intelletti di Wittgenstein, Freud, Weber, Kafka. Raffaele Stella, come Kafka, ingaggia una lotta impari con gli aspetti assurdi e grotteschi della vita, scanditi da perversi ingranaggi burocratici, dalla demagogia della classe parassita, dall’eredità d’inerzia di istituzioni decadenti, dalla torpida acquiescenza dell’uomo medio,  per cui il mondo appare refrattario ad uniformarsi ad opzioni diverse da settorialità antagonistiche e da immondo egoismo; di conseguenza, egli non può far di meglio che elevare lo scudo di una reazione di sarcasmo e di acidulo scherno. Atteggiamento che conserva (in parte) quando parla della morte, sfiorando lo schopenhaueriano Todestrieb, la pulsione della destrudo. In questo caso si riserva un moto di Besturzung, di sgomento, nella breve e bellissima ‘Riflessioni sulla morte’. Piuttosto, l’oscillazione tra accettazione del fato irrevocabile, a proposito della finitudine, e scossa di sconcerto, fa capolino in ‘Forse siamo già polvere da vivi’, ‘ Si muore tutti/anche di luglio’, ‘Il cono d’ombra’.
Questa poesia non cerca indirizzi scontati, il flatus poetico dell’animo nomade di Stella imprime pagine che mettono assieme una precisa configurazione del suo io scardinato e scisso tra contrari (‘Vivo di due realtà parallele’); gli scali ferroviari del suo convoglio confluiscono nella stessa intenzione libertaria e ribelle, nello stesso Traum, nello stesso Sehnsucht, nelle stesse apolidi intemperanze. Del resto Stella, che è osservatore, testimone e vittima di tempi accelerati rispetto al Novecento, è un direttore della fotografia di comprovata abilità, uno shakeratore di parole turgide che procurano sostanza all’eco del futuro. Il senso corrobora armonia, suono, accordi. Su tal fronte Stella è sì ‘montaliano’, chiede la fermezza di una lirica che soppesi il valore onesto di un criterio, di un significato, di un punto di vista. E’ questo un modo di guardare il mondo e le cose del mondo tangibili e concrete, ove l’invisibile a volte esulcerante risiede nelle pur inamovibili e necessarie incertezze, nella categoria dell’anima che è il dubbio. Chi interpellare per sedare l’urgenza-arsura di una risposta? Non la Poesia e nemmeno la filosofia, né l’Ipotesi di Dio: allora può tentare di farlo l’Eros, incarnato nella compagna, nel classico nerudiano Femminino, che nella dimensione del canzoniere fa cantare il menestrello: “ Mi aggrappo infine a te/che non hai pupille offuscate/che hai mani che setacciano/nella nebbia più addensata…//Solo tu che hai chiavi che non possiedo/puoi aprirmi le porte di una prigione…//Solo tu puoi darmi un alibi certo/per vivere senza ingorghi…//in quella palude che tutti chiamano vita.”
Che sia nell’amore di una donna l’ineffabile risposta? Che - riandando all’incipit di ‘ALIBI’ di Elsa Morante (‘Solo chi ama conosce’) - la sapienza sia riposta tutta nelle straordinarie condotte del cuore? Negli affetti appassionatamente vissuti? Scompigli, nostalgie, delusioni, speranze folli e scintillanti, rimorsi, rimpianti, ingenuità e malizie, presagi, abbandoni, distacchi, riconquiste, viltà e desiderio d’espiazione…Tutto ricorre in poesia, che da sempre rincorre se stessa nella sua inarrivabile purezza.
                                                                                                                                 
                                                                                                     ARMANDO SAVERIANO



RAFFAELE STELLA - LA TAGLIA DEL DISTACCO - LIETOCOLLE 2017- PP 88 - EURO 13,00



Chi anima e manovra noi umani
sarà addormentato o defunto
per come vanno le cose qui in terra
per l’assenza di tratti di una creazione
con premesse di target prossime
a una perfezione assoluta
Il nocciolo del cesellato si è dissolto
prim’ancora che l’involucro
destinato a polvere mostrasse
persino una crepa minuta
Assimilabili a fragili seppur eterni origami
speriamo in un risveglio del puparo
in un pietoso e riparatore restyling
per un suo finale compiacimento
e una -bontà sua- nostra conciliazione


*

Non siamo mutati molto
dal neolitico o giù di lì
I bicipiti del capo branco
rimpiazzati da riserve di contanti
o cumuli di titoli bancari
Il piatto resta sempre una chimera per molti
e un’assoluta banalità per pochi
E non è questo un peccato veniale
con i granai e le cambuse traboccanti
e con solo quattro pattumiere
che esplodono di avanzi


*

La mia poesia nasce dal silenzio
dalle grinze dure della mia pelle
dalla curva stretta della mia schiena
piegata dal quotidiano barbaglio
che mi acceca appena sveglio


*

C’è solo un gioco o una commedia
possibile con sensori spenti o impercettivi
e ognuno di noi è protagonista assoluto
di quell’unico gioco o atto disponibile
Improbabile ammettere che in fondo
non siamo più solidi dell’aria
afferrata e stretta tra le mani


RAFFAELE STELLA



Raffaele Stella
Wanda Marasco e
Raffaele Stella















Lauro d'argento alla carriera
Premio Nazionale di Poesia
"Città di Conza della Campania"
III edizione 2017



mercoledì 22 marzo 2017

GUSCIO DI NOCE



GENNARO IANNARONE E IL RAMO D’ORO







GUSCIO DI NOCE di Gennaro Iannarone, col suo getto di ciliegio sbalzato dal verde, completa, ma non chiude, l’affresco carico di colorazioni e ricco di penombre, punteggiato di osservazioni, che costituiscono un piccolo ramo d’oro personale e poetico, con un suo folklore privato, uno sbuffo di magia e di religione, di sacralità e di vis drammatica stemperata nell’incanto del vivere e nell’ancestrale alitare della finitudine, come rapsodia di un unico organismo di pensiero, che accoglie il mito, la filosofia, la visione interpretativa di uno spirito ora eruttivo ora carezzevole, ora incline allo struggimento ora burattinaio di rimembranze dalle profonde regioni di esperienze transfughe dei limiti temporali che noi stessi inventiamo.
Pare far suo, dalle 20 liriche di “Vivere balenando in burrasca” alle 40 di “Quel foulard giallo-nero”, alle altrettante di “Guscio di noce”, il famoso passaggio di Charles Baudelaire da “Lo Spleen di Parigi”: “Il poeta gode l’incomparabile privilegio di essere se stesso e altrui, a suo piacimento. Come le anime erranti in cerca di un corpo, entra quando gli piace in qualsivoglia personaggio. Per lui soltanto tutto è vacante; e se sembra che certi posti gli siano preclusi, è perché ai suoi occhi non sono degni di essere visitati.”
Ecco che qui ripronuncia il mito (e le figure) di Atteone e di Anthea al seguito di Artemide (‘Anthea’), o in ‘Casa avita’ si lascia rapire dai volti di Beethoven, di Montale e di un alienato dallo sguardo selvaggio ed estraneo, che compare in un dipinto di Alessandro Kokocinskj. L’empatia lo induce quasi alla transferialità in “una colombina in gabbia fuor della vetrata” (‘Colombina’) o nel fiero e immite ‘cane che soffri l’asfissia dello spazio’ in ‘Dobermann’. Ma l’estatica-estetizzante empatia del poeta s’insustanzia e si esprime in un testo importante da non generalizzare, magari sottovalutandolo, ‘Dolente bellezza’, perché racchiude un concetto fondamentale che bisogna, facendo appello alla sensibilità personale, saper cogliere ed accogliere: lo studio della bellezza, ed i suoi effetti straordinari. In ‘Dolente bellezza’, dédiée alla morte di Umberto Eco, ma in realtà scaturita da una riflessione ancora di Charles Baudelaire, una sorta di coordinata conoscitiva rimontante e precisa, Iannarone adopera un filtro percettivo sia emotivo sia intellettuale, movendosi in direzione della verità, che è uno dei compiti, una delle funzioni della poesia quale organismo vivo. Parla della contemplazione della tristezza, Iannarone, che non è uno status transitorio ma diventa una categoria dello spirito, se infatti compariamo la penna del giudice-poeta con il graffio uncinante dell’autore di Inno alla bellezza (da ‘I Fiori del Male’) e dei sanguigni, raddensati passaggi di ‘Opere Postume’: “ Lo studio della bellezza è un duello”, “…la malinconia è della bellezza, per così dire, la nobile compagna, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore”. Questa oscillazione di bellezza-struggimento, di bellezza-gioiosa-sofferenza si evince ancora in ‘Felicità’, nell’eccellente strappo mnestico di ‘Giocattoli a corda’ e nello stesso morceau lirico che dà titolo alla raccolta ‘Guscio di noce’. La ritroviamo, puntuale, in ‘Labirinto della vita’, carezzevole e patente, o, convulsiva, nel distico ‘La Compagna vecchiaia’. Albert Camus sosteneva che le rivoluzioni hanno bisogno della bellezza, sia essa gioiosa e/o malinconica, e nella rivoluzione della sua vita, che lo ha portato a recidere il cordone ombelicale della magistratura per accogliere l’eliconeo amplesso delle Muse, Gennaro Iannarone ha avuto bisogno della ‘molteplicità nell’unità’ che contempla intreccio di bellezza/tristezza, per parafrasare la definizione di Samuel Taylor Coleridge, o il riferimento alla ‘gravità’ della bellezza di Anton Cechov ne ‘Il Gabbiano’, benché il bello, a prima lieve analisi, abbia l’apparenza di ‘un’aria facile’, per sintetizzare un’uscita di Jean Cocteau. Un non immediato senso di bellezza necrotica, amarognola, si può rintracciare in modo che sembrerà ai più controverso, nella strofa tanto raggelante quanto, contemporaneamente, ammantata di simbolismo puro e di amore cristallino di ‘Visita in sogno’, dedicata alla prima moglie, Liliana; o al romanticismo di fascia tardo-scapigliata nella percettiva strofa di ‘Unico eterno amore’. Momenti contrapposti dai lampi di luce in ‘Traversa Tuoro’, dove il poeta allude ai palpiti iniziali di reciproco trasporto tra lui e la seconda moglie-musa Anna.
Iannarone ha un suo modo di esprimere il mondo e di esprimersi nel mondo che –questo è l’aspetto veramente inconfutabile– fa risonare di passione, intelletto e grazia, in un intreccio metabolizzante che preannuncia un vicino ma ancora incalcolabile approdo, il fremito di un verso nobile che segna la via, ricongiunge disordinate convivenze di sensibilità sparsa, la bella ispirazione sorretta dalla lingua acuta, in ricchezza e libertà che incontrano o reinventano le riprese realistiche, le intuizioni epifaniche, l’assedio di nostalgie, di efelidi di sogno, le pulsioni che respingono la logica e vorrebbero affidarsi all’entropia sia pure per un istante durevole per l’eternità, e ritratti acquerellati, di una delicatezza che trova nel perlaceo più che nel seppia la peculiarità di un veloce tirocinio del talento in nuce. Per anni, infatti, in interiore homine, il giudice ha sedimentato, ha fecondato e gemmato il feto poetico, affinché, nei tempi maturati, si delineasse perfettamente e con un’armonia dalla duplice irradiazione (semantica ed emozionale) un autoritratto che mai condanna e non sempre assolve, che rivede o ritocca o rinnega le certezze all’ombra e alla luce di accenti imprevisti, non più correo dell’astensione dal rivelare/rivelarsi e della solitudine di un poièo inespresso, incatenato alla rupe di Prometeo. Azzarderei persino che, nell’ambito della bifocalità dell’opera, Guscio di noce attesta anche più di Vivere balenando in burrasca e di Quel foulard giallo-nero l’appartenenza identitaria nel merito di quel fusto immortale della passione civile e culturale, della rivalutazione mnestica, del metaforeggiare la rincorsa ad una verità che esiste e non si dice, ma si dichiara essa stessa, stroncando la tentazione del silenzio, e ridefinendo il concetto del pudore e del gusto per una trasgressione, che, come l’erotismo, deve avere non necessariamente l’irruenza, ma l’erosione persistente ed elegante della tenuità. Iannarone ha risolto (privilegio riservato a pochi o conquista arrisa ai tenaci puri) il conflitto assediante e ossimorico della dulcedine e dell’amaritudine: dolce piacere dell’ars sublime-sublimante-subliminale contrapposto all’acre rattraente della realtà scabra (che pure rivendica legittima ratio di essere e di esigere); né edonista nel senso comune, il poeta, né intransigente, rigido fautore di quello che la psicoanalisi definisce principio della realtà. Semmai Iannarone è nemico del moraleggiante ed apodittico dover essere, ma benaccogliente del più saggio e salvifico ‘diventate quello che siete’. Giudice senz’altro, ma contemporaneamente poeta. E chiarificante nel suo disarmare, il testo esplicito di ‘Nascita di una poesia’: ‘Sei rimasta per una vita intera estranea al mio pensiero/che sol freddo raziocinio incasellava in ogni suo scritto./Né un volo della fantasia, né lo slancio di una passione cadevano sulle bianche pagine…// Sol or m’avvedo, ripercorrendo il passato, che tuttavia un seme era caduto impercettibilmente nel mio fondale…’. Correlata alla successiva, bellissima ‘Poesia tardiva’, che fa esclamare una lagnanza e un rimpianto che s’assommano in un angolare rammarico, un regret, un bedauern, che nel doppiofondo cela un timeo plausibile: ‘Sei venuta troppo tardi a farmi visita; ora che quasi/tutta è scorsa la vita temo che al nostro amor senile/ non basti il tempo per spegnere l’ardore che dentro/si è acceso di osservare la vita con una lente nuova…’. E si badi che un altro sottofondo, una parallela sottotraccia è l’esercizio scaramantico che esorcizza la prospettiva di un improvviso e disgraziato strangolamento della Musa ‘visitatrice intempestiva’, mentre essa ha al contrario obbedito all’opportuna circostanza, al momento favorevole, né prematura né protratta troppo oltre. C’è da aggiungere un ulteriore tassello che richiama con eclatante chiarezza un numinoso fil rouge, capace di attraversare elettricamente l’intera opera Guscio di noce; questo fil rouge ha diverse accezioni poiché rappresenta un nuovo inizio, una più rosata alba, il sorprendente avvistamento di “novae terrae” in un universo compresente e alternativo: la poesia e l’approdo ad essa è stato facilitato – ed anzi consentito – dalla irruzione inattesa e piacevolissima di una Arianna in parte salvifica e in parte ispiratrice di quel bandolo che contiene l’occhio veggente del poeta purificato, che ancora la incastona nello splendido verso finale in “Nascita di una poesia” (…o in loro mutato avea l’amore l’antica vision del mondo”). Ancora una volta a reggere l’estremità di questo filo portentoso è la figura simbolica (Arianna) e nello stesso tempo concreta della seconda moglie Anna, virtuosa sostenitrice di una creazione sublime, iniziata con Vivere balenando in burrasca. E si può essere poeta per un battito di ciglio con un grappolo di versi e non poeta per una vita con una produzione magna che si rivela apocalissi di vuoto o di superfluo. Se volessimo misticheggiare potremmo azzardare che una hybris –provvidenziale e beffarda– è intervenuta a colpire, a punire Iannarone maȋtre à juger, dandogli opportunità di espiazione nella magnifica trasformazione in maȋtre en faire des vers. E ha in tal senso operato solo quando il poeta in divenire è stato pronto a rivelarsi compiuto. Il destino ha voluto, benigno al massimo, gratificare le attese del padre magistrato, spirito integerrimo e razionalizzatore, e premiare le intrinseche potenzialità creative del figlio allegorico operaio di sogni, metalinguista aggrappato alle esigenze trasversali di una diversa educazione intellettuale, priva di gabbiature o di passaggi obbligati. Esente dal cilicio della necessità delle regole. Illuminante è ‘Vita e Destino’, una seconda (pregnante, eloquentissima) ‘lettera al padre’, dopo la testimonianza assolutamente unica di verità, autocoscienza e intelligenza de ‘Il Destino e l’Anima’, virtuale respiro di poemetto in Vivere balenando in burrasca. Ed entrambi li si colleghi a ‘Portale dell’Epifania’, rammemorazione pulsante della prima notte del solstizio d’inverno del 1993, data scolpita dalla scomparsa dell’adorato genitore.
Ma in Guscio di noce rilevanza hanno gli aspetti spirituali e un ardore amoroso che propone un eros ingentilito dal garbo connaturato nella personalità del nobiluomo e nell’aulico tunnel parallelo della mediazione intellettuale; Spiritus autem vivificat, afferma San Paolo nei ‘Corinzi’. E per quanto attiene all’Eros, secondo Georges Bataille, si può affermare che esso è l’approvazione della vita fin dentro la morte.
L’assunzione di valori e contenuti spirituali ha preminenza non solo filosofica: attesta un graduale iter formativo, in rapporto all’assoluto, da un lato affermante il fondamento della metafisica, dall’altro –pur conservando il turgore e la rifrazione di corrente di pensiero– rivelatrice di quello spiritus ubi vult spirat, assunto del Vangelo di San Giovanni: chiunque è nato dallo spirito cristiano ed interiormente rinasce a conferma di sé (forte il paragone del vento, di cui si ode la voce ma di cui non si sa da dove venga e dove vada). Iannarone non si distacca dalla realtà effettuale ma mostra la tendenza a spiritualizzare passioni e sentimenti nell’arte (musica, pittura, poesia, teatro), non senza orientamenti di fede. Fede, religiosità, spiritualismo che non temono, anzi dichiarano e ostentano scosse alla tradizione, rasentando la provocazione di un ragionato anticonformismo nel cortocircuitante, geniale e rivoltoso ‘Jesus, my God’, che si chiude nel meraviglioso e clamoroso: “Il buio del Sepolcro fu squarciato da divine fiammate,/ che ti sospinsero in alto, o sublime figura, e nella luce/ dell’alba più radiosa fu tutta tua la vittoria sulla morte.”  Un Gesù Cristo splendidamente ribelle, orgoglioso di essere nato da donna, maturante una gloria non subalterna al Padre Celeste, “putativo, come nella profondità dell’animo lo/sentivi Tu, Figlio dell’uomo…”. Iannarone è fuor d’ogni dubbio intemerato e libero, in questa dichiarazione, con siffatta tesi, che nella migliore delle ipotesi può suscitare perplessità, e nella peggiore sbigottimento. Ma la Poesia è fondata sull’audacia, sulla provocazione, sull’anticonvenzionalità, sulla libertà e sullo stupore, e Iannarone, giudice già controcorrente, è poeta conduttore di fulminante verità, se vogliamo tutti tener conto che, dall’assunto di Konrad Fiedler, “lo stupore è il primo inizio dell’arte come della filosofia”!
Nient’affatto secondarie le pagine belle riservate all’aspetto amoroso, all’eros raffinato e affiorante, allegorico come dovrebbe essere soprattutto in POESIA. Iannarone descrive e decanta l’amour et les femmes non per gratificazione personale, ma come tema portante che definisce le modalità interpretative della vita. La poetica di Guscio di noce è potenziata dall’elemento amoroso che non è aspetto di retroguardia o semplicistico accessorio nella mappatura generale: non interlocutorie né decorative risultano ‘Tre fanciulle intorno al cor mi son venute’, o la rovente, boccaccesca ‘Memoria felice’, o la stessa ‘Guscio di noce’, delicatissima e assertiva. E se kairòs, definito da Giovanni Giudici ‘evento eccezionale’, conferma l’irripetibilità della poesia nei suoi purissimi schemi, Gennaro Iannarone, in questo trittico concatenato e opportunamente assemblato in cofanetto, tiene aperte le strade della realtà, delle esperienze, del passato, delle aspirazioni e del sogno, non oppone divieto d’accesso alla fantasia, corollario di completezza e di sense of wonder (si legga la magnifica apertura di Guscio di noce degnissimamente rappresentata dal globalizzante ‘Amori celesti’), quindi ci fa munifico dono di una propulsione espressiva di rara efficacia e di incontestabile attrait.

                                                                                            ARMANDO SAVERIANO



GENNARO IANNARONE - GUSCIO DI NOCE - SCUDERI EDITRICE 2017 - PP 64 - EURO 13,00




GIOCATTOLI A CORDA

Mi raccomandavi di non scoppiare a piangere quando
il motociclista con sidecar che correva veloce sotto il
tavolo, girava fra le sedie, cambiava direzione a ogni
urto mentre lo rincorrevo battendo le mani di allegria,
si sarebbe d’improvviso fermato. La sua corda durava
poco tempo, solo un sogno che non si arrestasse mai.
Poi vennero i motociclisti a batteria, e appresso quelli
telecomandati, ma non mi son mai sentito un bambino
sfortunato per essere vissuto all’epoca dei giocattoli a
corda. Caricarlo girando fino in fondo la sua chiavetta
nera dietro la schiena, vederlo scarrozzare nella stanza
la mia gran gioia rinnovava, come se la sua vita da me
dipendesse. Gli carezzavo il casco prima che ripartisse.


*

GUSCIO DI NOCE

Non avverte intorno a sé festosità di primavera
un ciliegio fiorito a lato del viale, non lo guarda
l’ospite che arriva triturando pietrisco e polvere.
Qui non c’è cuore triste, eppure gli animi vivono
ciascuno per proprio conto, come in un guscio di
noce aperto il frutto ancora intero con i ventricoli
distaccati. Stanno bene così, nella gioia invisibile
di un pensiero antico che ancor li avvince. Amore
non si donano i due cani, che talvolta litigano per
via di una cuccia al sole, poi si scambiano carezze
meravigliose. Con filosofia è buona una prigionia.


GENNARO IANNARONE




Gennaro Iannarone