C’È SEMPRE UN READING IN VETRINA
Le stagioni si alternano,
gli anni passano, ma la Poesia resiste e persiste, sia pure in una vetrina
secondaria, magari un po’ impolverata. Le basta poco per dare il suo contributo
estivo, anche se a un ristretto numero di estimatori; d’altronde qualche
curioso sciama sempre dentro e fuori, si ferma per un po’, ascolta, fa
spallucce e si allontana, oppure decide di sedersi e di approfondire
l’approccio.
L’angolo del poeta è un
appuntamento che si rinnova, magari con nuove comparse; ma lo zoccolo duro, la
sacra Trimurti è la stessa: Domenico Cipriano (Brahma), abbronzato e ben
pasciuto, serafico e sorridente, si prodiga a fare il Mammuccari o il Conte
della situazione; Raffaele Barbieri (Siva), divertente e sornione, recita le
sue battute con souplesse, saluta e riguadagna la platea. Infine,
l’intellettuale Cosimo Caputo (Visnú), dopo diligenti, provvidenziali appunti,
arriva alle conclusioni con un profilo critico sulle tendenze dei testi ascoltati;
recitati più o meno istrionicamente, con la passione del mandato o la
caparbietà della missione, oppure con la torpida quietezza di cadenze piane.
La formula è rapida,
semplice: otto poeti si alternano al leggio, declamano o interpretano (con le
varie fortune e il dislivello dei talenti espressivi) da quattro a sei testi,
ricevono l’applauso di un pubblico alquanto inibito ad intervenire (perché ci
pensa il vigile Brahma/Mario Riva a sorvegliare le lancette da ‘Musichiere’),
ringraziano con un fil di voce e si riaccomodano, disciplinati. L’effetto è
vicino ad un consumismo dell’ascolto sbrigativo, che la fa da Leviatano in
tutti i campi, quello della creatività compreso.
Non deploriamo il filo
spinato che smorza le indifendibili sbavature di protagonismi debordanti e
intempestivi; sovente abbiamo assistito semi-impotenti a sciorinature
glossolaliche da caso clinico, o da esempio lampante di ipertrofia dell’io. Ma
anche l’estrema severità dei picchetti risulta sgradita, quando un poeta
rassomiglia a un manichino con tot minuti dai quali non può sgarrare, pena le
occhiatacce di Brahma.
Come di consuetudine, due
le serate del reading in onore delle Muse che affiancano Erato sullo sfondo del
Parnaso: la prima, lunedi 6 luglio u.s., con Paolo Battista, Domenico Carrara,
Carmine De Falco, Loredana Fiore, Carmen Gallo, Antonio V. Guarino, Ketty
Martino e Raffaele Schettino (una pouponnière, escludendo gli ultimi due); la
seconda, lunedi 27 luglio, con Davide Cuorvo, Francesca De Michele, Rosa Di
Zeo, Federica Giordano, Gerardo Iandoli, Costanzo Ioni, Ferdinando Tricarico,
Raffaele Urraro.
Al solito, la Trimurti ha
bilanciato le voci, tra giovani promesse e vecchie volpi dal pelo ancora lustro:
serata interessante e variegata, per stili, tono, capacità di incunearsi
nell’attenzione incostante di un pubblico dalle alterne esigenze: divertirsi,
cercare di fare il punto nel panorama poetico all’occasione offerto ed
esplicitato, compiacere amicizie o conoscenze, dare un senso a quell’ora di
capriccio, cacciarsi in un evento che non si capisce bene, limitarsi a
sbirciare le… bancarelle della fiera.
L’aspetto positivo di
consimili organizzazioni sta nel conoscere e farsi conoscere, nello stabilire
contatti nuovi, che potrebbero rivelarsi scambievolmente fruttuosi. I poeti
ospiti hanno avuto tutti una micro-occasione di mettere alla prova la personale
capacità di presa della parola, anche quando non aiutavano le facoltà
performative, ampie e allenate in Costanzo Ioni, Ferdinando Tricarico e
Francesca De Michele. Rosa Di Zeo e Raffaele Urraro più classici, composti,
quasi ieratica la prima e compassato il secondo; la pertinenza del loro
discorso razionale/sinfonico verteva su un controcanto dei misteri della vita
sulla soglia di essere e osservare, essere e reagire, poi entrava in scena
molto di piú di una verità intrisa di torsione esistenziale: c’era, insomma, il
lieve peso aggiuntivo della grazia oltre la grammatica del vedere. Rosa Di Zeo,
sacerdotale, ha trovato ‘la via del canto’ ai piedi di una collina scabra, non senza
essersi graffiata ai rovi, agli spini delle cospirazioni che le vicende
manifeste e sommerse del mondo ‘ottuso e banale’ frappongono alle esplorazioni
dei poeti.
Le parole antiche hanno
oro brunito, sembra dirci la poesia internamente screziata di Raffaele Urraro,
e vanno collocate (e non riposte) sullo scaffale della continua maneggiabilità,
della continua riflessione, ben al di là della fragilità delle apparenze e delle
insidie di montanti disappartenenze.
Il confronto involontario
e improgrammabile fra questi due poeti colti ha dato luogo ad una
visione/sensazione di maturità emaciata e non vinta dall’incomprensione e dalle
contusioni di una società aggrappata alle miserie e alle crasse meschinità
degli adescamenti materiali; i due poeti sono apparsi, essi stessi di questo
inconsapevoli, stupefatti della rispettiva duttilità della “parola
incolpevole”, e paghi del loro “umile” andare senza retropensiero. Lezione che
dovrebbe essere appresa non dai giovani presenti il 27 (Cuorvo, Iandoli), ma da
(alcuni di) quelli adunati il sei luglio scorso. Provvisti degli attrezzi
tecnici e di qualche stupefacente intuizione, latente o manifesta, ma segnati
dal ‘cri du chat’ e da una inaffidabile arroganza. Vaiolo che prima o poi
presenterà il suo conto nocivo.
Costanzo Ioni e
Ferdinando Tricarico (très cabotin) lavorano con gioia estatica, con
atteggiamento goloso dell’estro – cosí ci vien da dire – , nelle rispettive
fucine, ove la parola è vetro, gomma, proiettile, stiletto e piuma vellicante;
il logos ben si presta al gioco intellettuale che mescola il giullare ilare e
satirico, con largo uso di un grammelot ora sontuoso ora perforativo sino
all’ansia e all’orgasmo, nel non luogo ove si esplicitano, intimamente
avvinghiati, il burlesco e il drammatico, il politico e l’eco di un soliloquio
dallo scatto rovente, abrasivo.
Federica Giordano, che
nel personale (abbigliamento, trucco, posa) rievocava una dark lady dei film mélo
anni cinquanta, molto Calypso e sexy fatale (Lizabeth Scott/Cate Blanchett), a
suo agio con una rivoltella in pugno come con un drink o un microfono nei
night-club di Chicago o Cincinnati, è giovane fiamma di rango; lo testimoniano
un curriculum artis ben sorvegliato, e le sue composizioni versali, dai guizzi
inaspettati, le soluzioni ardite, le vibrazioni acustico-emotive che non
conoscono improvvise stonature o minimi sfaldamenti. Gemma di “Ifigenia siamo
noi” (Scuderi ed.), al pari di (e diversa da) Floriana Coppola, Ketti Martino,
Lucianna Argentino, Giovanna Iorio, Vanina Zaccaria.
Davide Cuorvo e Gerardo
Iandoli, saldi fabbri di Logopea, uno irruente trituratore di simboli fino a
rendere talismano la parola e ad inzuppare il neo-ermetismo di tardo barocco,
l’altro dal polso chirurgico e l’occhio dello speziale, del cerusico, a suo
agio nella composizione metrica come nella sua apparente eversione, hanno
alternato toni, timbri, quantità tesi all’aspirazione a far vivere, nella
giustezza e nello sperdimento, nel grido e nella essenza subsegmentale muta,
nella partitura assonante e scivolosa, o precipite e densa di inversioni, di
iperbati, la loro rispettiva identità (oltre ogni travestimento, consapevole e
scanzonato o involontario e struggente) di acrobati delle policrome chiavi di
scrittura, nel piacere ustorio e incommensurabile del ‘dono’ da donare.
Infine, ma non certo
ultima, la discolaccia, la gigolette e la cercatrice di rayons di margherite
stellari Francesca De Michele, spiritosa, eclettica, mobilissima, dalle manine
come lanterne sui fogli, dalla bocca antica, disegnata da un levantino che ha
appena distolto le erotiche attenzioni da una silfide marmorea in un giardino
greco. Questa ragazza piccolina, pronta ad aprirsi grandi varchi e ad occupare
spazi maggiori, elargisce un’offensiva generosa e audace contro la sonnolenza
della poesia spesso priva di eccitazione e di segnali, che ammorba tanto i
raduni leggerecci quanto i salotti demi-littéraires, nella nostra città e un
po’ dappertutto. Oppone la freschezza di una ‘finesse’ extasiée et impromptue
(c’è del randomico?) che sancisce la predisposizione naturale alla coalizione
fra intelletto de-condizionato ed esprit libre quasi ‘barricadero’; la potenza
della sua ‘voce’ interna si infittisce, impulsivamente si rarefà, poi presiede
in vezzo (ingannevolmente, ripetiamo) fortuito ai viluppi di fantasia
aggettante e ragionativa.
ARMANDO SAVERIANO
Da sinistra: Raffaele Urraro, Davide Cuorvo, Rosa Di Zeo, Armando Saveriano |
Da sinistra: Davide Cuorvo, Raffaele Barbieri, Gerardo Iandoli, Rosa Di Zeo, Cosimo Caputo |
Da sinistra: Domenico Cipriano, Rosa Di Zeo, Costanzo Ioni, Gerardo Iandoli, Ferdinando Tricarico, Davide Cuorvo, Francesca De Michele, Federica Giordano Sulla sedia: Raffaele Urraro |
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